Il perdono dell’inescusabile

Particolare della Tebaide, 1336-1341, attribuito a Buffalmacco (attivo ca 1314-ca 1351), affresco trasferito su tela, 564x1497 cm, Sala degli Affreschi, Camposanto Monumentale, Piazza del Duomo o Piazza dei Miracoli, Pisa.
Particolare della Tebaide, 1336-1341, attribuito a Buffalmacco (attivo ca 1314-ca 1351), affresco trasferito su tela, 564x1497 cm, Sala degli Affreschi, Camposanto Monumentale, Piazza del Duomo o Piazza dei Miracoli, Pisa.

Fratelli, sorelle,

dopo aver parlato della correzione fraterna e del perdono nella comunità, dice la nostra Regola:

Non tenere vivi dentro di te i torti subiti scaricandoti con le battute e la beffa. Questi non sono mezzi di correzione ma indicano un male profondo, un’incapacità di comunicazione, di comprensione e di perdono. Con le battute e la beffa, tu invece di correggere il male disgreghi la comunità” (RBo 15).

Innanzitutto si parla di torti subiti. C’è il realistico riconoscimento che nella vita comune avviene che si fanno e ricevono dei torti. Che questo avvenga non viene certo giustificato, ma riconosciuto. È vero che esistono anche i torti inventati, ma è pur vero che solo a partire da un’attenzione acuta alla sensibilità di ciascuno, e Dio solo sa quanto diverse sono le nostre sensibilità, si possono trovare modalità di comunicazione adeguate a ciascuno e che non fanno il male.

Ma la Regola si interroga anche sulla reazione e, se ancora riconosce che a volte avviene che si reagisce con battute e beffa, afferma che non è così che si fa una correzione. Anzi, questa, la battuta, può essere una maniera per sfuggire alla fatica e alla serietà della correzione. Ma poi mostra che ricorrere al dileggio è indizio di un male interiore che riguarda la capacità di comunicazione, di comprensione e di perdono. La presa in giro, la derisione, la battuta, esprimono superiorità ed evitano il dialogo, sono giudizio, non ascolto. E quindi non comunicano, non vogliono relazione. Ma nemmeno cercano di comprendere. Dove comprendere non significa scusare, ma situare, contestualizzare. E significa rendersi conto che chi mi ha ferito è e resta un fratello, una sorella, che il male ha allontanato da me. Se c’è questo allora si apre la strada anche al perdono. Che appunto perdona ciò che non è scusabile. E rivela la libertà e la maturità di colui che è stato ferito.

Questo passo della Regola ci ricorda come la costruzione della comunità passa attraverso i nostri gesti e le nostre parole quotidiane, attraverso le nostre reazioni quotidiane, attraverso quei piccoli, elementari dettagli del nostro vivere insieme che tessono pian piano la tela della comunione. Ma che possono anche ferirla e lacerarla.

Perciò, fratelli e sorelle, siamo sobri e vigilanti, perché il nostro Avversario, il divisore, come leone ruggente si aggira cercando una preda da divorare. Resistiamogli saldi nella fede e vigilanti e rispettosi nell’uso delle parole. E tu, Signore, abbi pietà di noi.

fratel Luciano