Il servizio della correzione

Particolare della Tebaide, 1336-1341, attribuito a Buffalmacco (attivo ca 1314-ca 1351), affresco trasferito su tela, 564x1497 cm, Sala degli Affreschi, Camposanto Monumentale, Piazza del Duomo o Piazza dei Miracoli, Pisa.
Particolare della Tebaide, 1336-1341, attribuito a Buffalmacco (attivo ca 1314-ca 1351), affresco trasferito su tela, 564x1497 cm, Sala degli Affreschi, Camposanto Monumentale, Piazza del Duomo o Piazza dei Miracoli, Pisa.

Fratelli, sorelle,
dice la nostra Regola:

Accetta con riconoscenza di essere ripreso nelle tue mancanze.
Ogni correzione momentaneamente appare non causa di gioia, ma di tristezza. Più tardi invece essa porta frutti di pace e di allegria
” (RBo 15).

Il testo di questo passo della Regola è costituito quasi per intero da una citazione di Ebrei 12,11 che parla della pedagogia di Dio e della sua opera di correzione che, come padre, mette in atto. La correzione appare, secondo questo testo del Nuovo Testamento, opera di paternità. Che va amministrata con responsabilità di padre e accolta con docilità di figli. E, in questo modo, diviene fattore di maturazione umana e spirituale nelle relazioni e creatrice di fraternità.

La nostra Regola dice addirittura che la correzione va accolta con riconoscenza. Ma subito specifica che normalmente questa accettazione nella pace e perfino nella gratitudine di una correzione necessita di tempo e di lavoro interiore. “Sul momento” non è causa di gioia, ma di tristezza, “più tardi” porta frutti di pace. No, normalmente noi non riusciamo ad accogliere né con gioia né con riconoscenza le correzioni: spesso ci sentiamo feriti, aggrediti, invasi, ci sentiamo di aver subito un’ingiustizia, e reagiamo o negando o fuggendo o arrabbiandoci. Anche se sappiamo o sentiamo che ciò che ci è stato detto è vero.

Qui si inserisce il lavoro del tempo. Lavoro del tempo che diviene fecondo se proviamo a metterci nei panni dell’altro che ci ha corretto e ci chiediamo perché ci ha rivolto una parola di correzione. Se liberiamo la figura dell’altro dalle nostre proiezioni forse riusciamo a vedere che la correzione non aveva intenti di giudizio o di condanna, che non era un’affermazione di superiorità che ci umilia, ma nasceva dalla fraternità, fraternità a caro prezzo, fraternità che senza giudicare il peccatore si assume la scomoda responsabilità di rilevare il peccato. Se poi guardiamo a noi stessi e riconosciamo in coscienza la correttezza del rilievo che ci è stato rivolto allora possiamo umilmente arrenderci e riconoscere che la correzione è stata un servizio puramente evangelico e fraterno. Da questo riconoscimento può nascere la riconoscenza, la gratitudine. Se poi, infine, questa riconoscenza viene espressa esplicitamente a colui che ci ha corretto, allora il legame fraterno si consolida e diviene profondo e la pace che uno prova non è più solamente un sentimento personale e intimo, ma assume una dimensione fraterna e comunitaria. Riguarda la relazione con l’altro e con la comunità. La correzione, infatti, libera la comunità dalle ombre del non-detto e della complicità e la pone nella luce della verità.

Perciò, fratelli e sorelle, siamo sobri e vigilanti, perché il nostro Avversario, il divisore, come leone ruggente si aggira cercando una preda da divorare. Resistiamogli saldi nella fede e disposti a ringraziare per le correzioni che riceviamo. E tu, Signore, abbi pietà di noi.

fratel Luciano