La solitudine del celibato

Monte Athos - La montagna santa. ©Rick Findler
Monte Athos - La montagna santa. ©Rick Findler

Fratelli, sorelle,
un caposaldo su cui si fonda la vita monastica è il celibato. Dice la nostra Regola:

Fratello, sorella, tu sei stato chiamato a vivere nel celibato la tua vocazione cristiana” (RBo 18).

E la Regola ricorda spesso la solitudine connessa al celibato. Dunque la capacità di vivere nel celibato, nella “solitudine del celibato”, l’intera esistenza, dev’essere un elemento decisivo e discriminante nel discernimento di una vocazione. E l’attitudine a vivere il celibato si esprime anzitutto nella qualità e maturità delle relazioni, ancor prima che sul piano dell’affettività e della sessualità. Non a caso la Regola ricorda: “Nella solitudine del celibato sarai tentato di creare o di mettere delle presenze personali e specifiche: i genitori, i parenti, gli amici” (RBo 19). Ma potremmo aggiungere anche: fratelli o sorelle con cui instauri un rapporto privilegiato, fusionale, esclusivo ed escludente.

L’esperienza ci mostra una quantità di forme in cui ci si sottrae al celibato con rapporti immaturi o non chiari all’interno della comunità. Rapporti privilegiati che legano psicologicamente e affettivamente e che portano a complicità, ma anche a dipendenza, a essere succubi l’uno dell’altro. Pensiamo a quelli che potremmo chiamare “cripto-innamoramenti” in cui uno assume modi di fare e di dire di un altro perché il suo cuore e la sua mente ne sono incantati. Rapporti che avvengono di nascosto, essenzialmente col ritrovarsi a parlare e a sparlare di altri senza farsi vedere. Oppure si riscontra l’infantilismo relazionale e affettivo incapace di dare profondità agli incontri, o ancora il restare in una postura affettiva adolescenziale trascinata per decenni. La maturità relazionale riguarda gesti e parole, corpo e discorso. Si pensi agli sguardi che furtivamente si cercano o alle parole negate ad alcuni ed effuse in sovrabbondanza con qualcun altro. O al mutismo in pubblico e alla logorrea in privato.

Abbiamo altre volte messo in guardia dall’introdurre nello spazio comunitario il criterio affettivo domestico, il criterio cioè della scelta che arriva a creare delle relazioni, dei gruppetti o delle coppie che si cercano per una relazione più assidua e intensa e che funziona anche come rifugio e riparo. Diventano nicchie in cui ci si ripara dalla vita comune e, spesso, la si contesta con la mormorazione e il lamento. O pensiamo anche a quando si intrattengono rapporti assidui con ospiti o amici o persone al di fuori della comunità grazie alla facilità di comunicazione con telefoni o social o altri mezzi. Spesso vivendo questo come una fuga o uno scampo dal clima comunitario. E poi pensiamo anche alle problematiche che possono insorgere all’interno di una vita comune celibataria vissuta insieme e accanto da uomini e donne. E che, nel discernimento di chi entra nella nostra vita monastica esige un’attenzione e un rigore molto alti.

Crescere verso la maturità affettiva, perché si tratta di un cammino mai terminato, è un itinerario che richiede diversi elementi:

1. L’uscita dall’egocentrismo, dal bisogno spasmodico di accentrare su di sé l’attenzione;

2. Lo sviluppo dell’empatia, del sentire l’altro nella sua unicità e nella sua fragilità e sofferenza;

3. L’entrare sempre più nell’accoglienza della differenza dell’altro senza irrigidirsi e ostinarsi a contrapporsi a ciò che di lui ci infastidisce e che ci porta a scontrarci costantemente con lui perdendo la pace noi e creando turbamento nel corpo comunitario;

4. La pazienza verso ciò che dell’altro ci disturba ma che non tocca l’essenziale del vangelo è un elemento importante verso l’adultità nelle relazioni;

5. Di certo, decisivo perché il difficile celibato possa essere vissuto con una certa serenità e libertà è che in comunità si crei un clima di benevolenza, di accoglienza reciproca, di pazienza, di sopportazione, di rispetto reciproco, di disciplina della parola tra membri della comunità, tra fratelli e sorelle. E che a questo tutti collaborino. Altrimenti si cercheranno fughe dalla comunità e rifugio in relazioni private e nascoste.

Perciò, fratelli, sorelle, siamo sobri e vigilanti, perché il nostro Avversario, il Divisore, come leone ruggente si aggira cercando una preda da divorare. Resistiamogli perseguendo quella maturità nelle relazioni che sola ci consente di creare un clima comunitario sano e vivibile. E tu, Signore, abbi pietà di noi.

fratel Luciano