3 giugno 2026
Il brano evangelico si suddivide in tre parti, la prima delle quali (Lc 16,19-21) si sofferma sulla presentazione dei personaggi. Da un lato un ricco detto “epulone”, vale a dire ghiottone-mangione, che si distingueva per il suo vestire bene, porpora di Tiro e bisso d’Egitto, e mangiare bene, quotidianamente. Immagine di una tipologia di ricco la cui unica ragione di vita sta nell’eleganza e nella tavola, niente di meglio sotto il sole che vivere in questa spensieratezza gaudente, da niente e da nessuno distratti: “Hanno come dio il ventre” (Fil 3,19) e l’apparire. Un esserci nell’insipienza, radicalmente superficiale.
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2 giugno 2026
Delle parabole che ascoltiamo in questi giorni, questa è la prima espressamente rivolta ai discepoli: dettaglio che dovrebbe farci “drizzare le orecchie”, e che invece accresce il nostro imbarazzo. Questo accade per la nostra fretta di saltare alle conclusioni, che ci fa scartare quanto precede come qualcosa di meno interessante. E se non fosse così?
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1 giugno 2026
Una vita perduta e ritrovata. Una vita, l’autentica vita. Quella del figlio minore: perduta lontano da casa, ritrovata nell’abbraccio del padre. Quella del maggiore: perduta stando in casa, lontano dalla festa di un abbraccio in cui ritrovarla. Quella del padre: perduta con quella dei figli, ritrovata non senza il loro abbraccio, perché si tratta di un’unica vita. Quella di un uomo e dei suoi figli.
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30 maggio 2026
C’è un Dio che conta. Conta non per calcolare, ma per amare. Uno, due, tre… novantanove. E poi il vuoto: una manca. È un’assenza che pesa sul cuore prima ancora che sull’ovile. Il pastore buono non si rassegna al bilancio, non dice: “Quelle che mi restano sono abbastanza”.
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