Io o gli altri? - traccia 3
Sincletica disse:
“Se viviamo assieme ad altri
dobbiamo preferire l’obbedienza all’ascesi”.
Quando si vive insieme ad altri (in una “vita comune”), bisogna preferire l’obbedienza all’ascesi, secondo le parole di Sincletica. Cosa può significare per noi, oggi, preferire l’obbedienza all’ascesi?
Nelle nostre vite fatte di relazioni, è più importante porsi in ascolto dell’altro, di ciò che gli fa bene, di ciò che più profondamente desidera, e “fare dei passi” verso di lui. Obbedire a chi ci è accanto significa, radicalmente, impiegare tempo ed energie, sia mentali che fisiche, per stargli vicino in modo che si senta, insieme, amato e libero.
Al contrario, preferire l’ascesi significa concentrarsi su di sé, perseguire i propri obiettivi, che magari sono anche alti, ma che sono individuali, che non tengono conto di un tessuto relazionale.
L’esperienza di vita comune maturata da Sincletica nel corso degli anni la spinge ad affermare, con sicurezza, che la qualità di una vita insieme è accresciuta più dalla capacità di mettersi concretamente in ascolto degli altri che dall’efficienza con cui ci dedichiamo ai nostri progetti.
Chi era Sincletica?
Sincletica nacque ad Alessandria d’Egitto nel IV secolo, da una famiglia ricca, originaria della Macedonia. Rifiutò con ogni proposta di matrimonio e, alla morte dei genitori, vendette tutti i beni che possedeva e si ritirò a vivere lontano dalla città, in solitudine, dedicandosi a una vita di preghiera e di lotta contro le proprie passioni. Presto molte giovani donne chiesero di condividere la vita monastica che lei aveva abbracciato. Dopo aver riflettuto sull'opportunità di accoglierle, acconsentì, facendosi loro vicina con sapienza e discernimento. Morì dopo una lunga malattia, che Sincletica affrontò con forza, radicandosi sempre di più nella gioia profonda che le derivava dall’assiduità con cui leggeva e meditava le Scritture.
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E' più facile il "Sì" o il "No"? - traccia 2
Tempo della Quaresima: i quaranta giorni che ci conducono a Pasqua. Un tempo che è sempre stato vissuto come occasione di ascesi, di esercizio, di lotta spirituale: sì, perché l’essere e il vivere da cristiani (e da esseri umani) è un esercizio perseverante, un’arte da affinare ogni giorno.
Purtroppo l’idea che oggi si ha dei cristiani è quella di persone con un’attitudine alla bontà, oppure obbedienti a un codice morale. In realtà, essere cristiani è diventare a poco a poco dei discepoli, delle discepole, accogliendo e facendo nostra la concreta vita umana vissuta da Gesù di Nazaret, la vita come lui l’ha vissuta.
Per questo occorre una lotta, cioè, innanzitutto, un discernimento e un impegno per imparare a dire dei “sì” e dei “no”. Dire “sì” a quello che possiamo essere e fare per assomigliare a Gesù; dire “no” all’io egocentrico che ci impedisce i rapporti con Dio, con gli altri, con le cose, con la verità di noi stessi. Richiede costanza ma ciò permette alla fatica di farsi bellezza, vita autentica e relazione, nella libertà e per amore.
Necessaria è dunque la resistenza, la lotta spirituale nei confronti dei pensieri, delle idee che sonnecchiano nel profondo del nostro cuore, ma che spesso si destano ed emergono con una prepotenza aggressiva, che le rende per noi tentazioni seducenti.
Ricordalo: questa lotta ha come teatro il tuo cuore, il centro della vita, il luogo dell’intelligenza e della memoria, della volontà, del desiderio e di tutti gli altri sentimenti, lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e il suo simile.
Ma il cuore è anche esposto a una malattia alla “durezza di cuore”, papa Francesco amava chiamarla “cardiosclerosi”, se acconsentiamo a ciò che contraddice la vita e la gioia condivisa.
Come tenere diritto il proprio sentiero, la propria via-vita? - traccia 1
Lasciamo risuonare questa domanda dentro di noi per un attimo. La seconda strofa del salmo 119 inizia con questo interessante interrogativo, rivolto proprio a te, giovane! Un giovane che si pone domande.
"Sforzati di provare amore per le domande in sé, come se fossero delle stanze chiuse a chiave, o dei libri scritti in una lingua straniera. Non affannarti per ottenere risposte che ancora non possono esserti date, perché non saresti in grado di viverle. Ciò che conta è vivere tutto. Vivi le tue domande, adesso. Forse, così, un giorno lontano, a poco a poco, senza accorgertene, vivrai già dentro la risposta" (R. M. Rilke, Lettere a un giovane).
Il Padre offre a noi suoi figli una parola-azione che è fonte di bene, felicità, delizia. Non siamo di fronte a doveri imposti, a prescrizioni che sfociano in divieti, ma a una pro-posta aperta, un input che riscalda il nostro cuore, una raccomandazione che offre una possibilità buona di vita e che chiede la nostra risposta e il nostro coinvolgimento. Il fine della sua Parola è chiaro e luminoso: è l’amore, è la libertà!
Gesù ne darà la conferma con la sua vita e il suo insegnamento. L’ascolto della parola di Dio allora si profila non tanto come un mero sentire parole trite e ritrite tratte da un vecchio e impolverato libro sacro, un automatico percepire stimoli sonori di prediche noiose che non hanno mai fine, ma come un’attività, un’arte che coinvolge tutto il nostro essere, che ha per protagonista lo Spirito del Signore e che ci fa nuotare nell’ampio spazio dell’amore che dà senso ai nostri giorni e che ci rinnova nell’entusiasmo e nella speranza.
“Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili” (Marianella Sclavi).