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Lettera agli amici - numero 10

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Questa lettera ha un suo originale movimento interno. Nella primavera del 1979 sono molte le persone che sollecitano la Comunità a un rapporto più stretto anche attraverso una pubblicazione più frequente della Lettera agli Amici. “Con molta umiltà ma anche con molta franchezza” Enzo Bianchi invita i lettori a non sopravvalutare il riferimento a Bose e a rivolgere invece l’attenzione alle rispettive chiese locali: “Sforzatevi di far crescere le chiese locali – ammonisce garbatamente la lettera – state attenti a non operare una fuga ecclesiae”, ossia una fuga dalle chiese di appartenenza.

Di questa chiesa locale da riformare nel solco del Concilio viene tracciato anche un denso profilo sintetico: “Una chiesa sottratta alla nostra soggettività, ben compaginata in ministeri e carismi intorno ai pastori, una chiesa che cammina in compagnia degli uomini quotidiani sotto il primato assoluto del Signore e della sua Parola”. La centralità di una chiesa locale così immaginata rifugge da due tentazioni: da un lato “una diaspora laicizzante e depauperante”, dall’altro l’adesione a “movimenti sovraecclesiali che finirebbero a lungo termine per dissanguarla”. Contestualmente, di fronte alle resistenze e alle difficoltà oggettive della pastorale diocesana, essa richiede due virtù evangeliche: la pazienza e la perseveranza, con uno sguardo lungimirante, perché “negli anni prossimi si richiederanno più che mai queste virtù a caro prezzo per poter vivere la fede”.

Nella seconda parte della lettera l’orizzonte si allarga. Tre papi si sono succeduti sulla cattedra di Pietro nell’ultimo anno: Paolo VI, morto il 6 agosto 1978; Giovanni Paolo I, eletto il 26 agosto e spirato il 28 settembre; infine Giovanni Paolo II, polacco, primo papa non italiano dell’epoca moderna, eletto il 16 ottobre. La lettera non tace i riflessi che questa successione potrebbe avere sulla chiesa italiana, ma ritiene difficile “una chiesa di tipo ‘polacco’, confessante sì ma con molte ambiguità”. Si noti, per inciso, che la citazione è tolta da una relazione svolta dallo stesso Enzo Bianchi il 6 maggio 1978, alcuni mesi prima dell’elezione di Giovanni Paolo II. Ad ogni modo è proprio questo termine – “ambiguità” – a dominare nell’ultima parte della lettera, che pone interrogativi cruciali per il discernimento, intravedendo precocemente il rischio di un certo trionfalismo e auspicando per converso una chiesa ricca e forte “solo della povertà di Cristo”.


Carissimi amici, ospiti e voi che ci seguite da lontano,

molti di voi più volte ci scrivono o ci telefonano richiedendoci questa povera lettera comunionale tesa a mantenere un dialogo di fraternità tra la comunità e voi tutti: se questa vi giunge così raramente è solo a causa della nostra situazione economica che non ci permette di fare di più, essendo assai elevato il costo di pubblicazione e di spedizione.

Sovente vorremmo intrattenerci con voi, darvi notizie sul nostro cammino, leggere insieme gli eventi sociali ed ecclesiali, ma in realtà siamo costretti a comporre il Qiqajon solo prima dell'estate per informarvi almeno delle iniziative comunitarie estive.

Noi comunque vi ricordiamo nella preghiera e vi portiamo nel cuore affidandovi al Signore e alla Parola che ha il potere di edificare cristiani confessanti, appartenenti a chiese locali precise, là dove il Signore vi ha concesso la partecipazione alla comunione dei santi, là dove voi dovete testimoniare la speranza che è in voi e della quale vi può essere chiesto conto. D'altronde voi sapete che noi non siamo una chiesa, ma un ministero in mezzo alle chiese, non siamo né vogliamo essere un movimento al di sopra delle chiese locali, non attenteremo mai alla vostra appartenenza e alla vostra unità nelle chiese locali in cui vi ha chiamato il Signore. Noi, anzi, ci sentiamo di farvi un appello con molta umiltà ma anche con molta franchezza: sforzatevi di far crescere le chiese locali, state attenti a non operare una "fuga ecclesiae", una fuga dalla chiesa, anche se la critica alla istituzione e alle sue compromissioni fosse più che giustificata. La chiesa compaginata, la "catholica" che si configura nella celebrazione che il popolo di Dio fa del mistero della morte e risurrezione del Signore, non deve vivere di aggregazioni autosufficienti e totalitarie, né di "movimenti" sovraecclesiali che finirebbero a lungo termine per dissanguarla.

Sappiamo bene che le chiese in cui vivete non sempre riescono a proporsi come luogo di effettiva esperienza di fede, che non sempre in esse è facile trovare il luogo sacramentale dell'obbedienza al Signore tramite l'ascolto della Parola e la celebrazione eucaristica, che sovente non trovate in essa solidarietà e forza per il vostro essere testimoni tra gli uomini nel mondo; ma resistete con costanza alle tentazioni di una diaspora laicizzante e depauperante, come pure a quella di riaggregazioni cattoliche, teologicamente, culturalmente e ideologicamenle omogenee. Né chiesa parallela, né sfaldamento della chiesa, ma militanza nella chiesa voluta dal Signore, una chiesa sottratta alla nostra soggettività, ben compaginata in ministeri e carismi intorno ai Pastori, una chiesa che cammina in compagnia degli uomini quotidiani sotto il dominio assoluto del Signore e della sua Parola.

Ma per tutto questo lungo e faticoso cammino occorrono pazienza e perseveranza! La pazienza, innanzitutto, come arte ascetica dell'aspettare e del patire: noi siamo spesso tentati, soprattutto nel tempo presente, tempo intermedio, tra un esodo epocale e un passo in avanti verso la terra promessa, di operare fughe in avanti o retrocedere paurosamente verso il passato, la condizione di schiavitù.

Pazienza è allora obbedire con intelligenza e discernimento ai segni di partenza o di sosta che ci dà il Signore; saper attendere con carità verso i fratelli la dilazione delle promesse e dei doni che pure ci parevano vicinissimi, e d'altra parte non vivere la sosta nel deserto come se si fosse in prigione, anche se questa sosta può essere dura e ricca di patimenti.

Perseveranza, significa perdurare fedelmente resistendo ad ogni tentazione, significa attaccarsi fedelmente alla nostra vocazione, anche quando questa apparisse senza più senso, senza più certi e scelti fondamenti.

Non è forse questa crisi di fedeltà cristiana, matrimoniale, religiosa, presbiterale che ha causato confusione nella vita di fede dei nostri giorni?

Come testimoniare agli uomini un Dio fedele che non viene meno alle promesse, se poi noi per primi feriamo le fedeltà assunte nella chiesa? Senza pazienza, non quella banale ma quella evangelica, la "patientia Christi" e senza perseveranza fedele, si erra nel deserto come sbandati, non si ha più una meta davanti, non si colgono più i miracoli che Dio opera per noi, e ci si condanna a languire di sete lontano dalla carovana ecclesiale cui Dio, nonostante tutti i nostri peccati, continua a usar misericordia. N egli anni prossimi - i segni sono già evidenti - si richiederanno più che mai queste virtù a caro prezzo, per poter vivere la fede.

Uno di noi, lo scorso anno, il 6 maggio, in un convegno a Bologna sulla chiesa italiana, concludeva la relazione scrivendo: « Gli anni prossimi diranno se sarà ancora possibile una compaginazione della chiesa italiana in chiese locali o se andiamo verso una diaspora per il loro dissanguamento: mi sembra difficile l'altra ipotesi, anche se da alcuni augurata e invocata, di una chiesa di tipo 'polacco', confessante sì ma con molte ambiguità. Però di tutto questo futuro noi siamo responsabili, ognuno secondo il grado di fede ricevuto e secondo il ministero che ha nella chiesa! ». Queste parole ci sembrano oggi più chiare, perché i segni e le attese, in una chiesa che ha visto in pochi mesi succedersi sulla cattedra di Pietro tre papi, si sono fatti più dinamici e più urgenti, ed è proprio su una confessione di fede non arrogante, non trionfalistica, che vanno misurati. È buona cosa l'essere ritornati alla fierezza del nome cristiano che portiamo, ma questo è avvenuto contemporaneamente alla crescita della domanda religiosa, al recupero dello spiritualismo, ad una rinnovata riemergenza del sacro, ad una forte spinta verso la riaggregazione del mondo cattolico. Sicché siamo costretti a leggere l'attuale situazione come molto ambigua, non possiamo essere abbagliati da un risveglio che produce adunanze oceaniche entusiaste o che aumenta le folle in piazza san Pietro dando ai cattolici un senso di trionfale rivalsa nei confronti del mondo, proprio nel momento in cui anche quest'ultimo attende un'autorità morale, sicura e forte, pronta ad accogliere l'eredità prodotta dalla crisi che sta attraversando con la messa in stato di accusa delle ideologie e dei movimenti secolarizzati e laicisti. Siamo proprio così sicuri che questi fenomeni rappresentino un'autentica esigenza di ascolto dell'Evangelo, eterna follia perché predicazione di Cristo crocifisso (cfr. 1 Co 1,22ss) e che si guardi e ci si rivolga alla chiesa, sia dal suo interno che dal di fuori, per un reale cammino di conversione al Signore?

È qui, a noi così sembra, che si gioca la possibilità della riforma della chiesa e della dilatazione del messaggio cristiano alle genti, iniziando dall'evangelizzazione dei poveri, che restano sempre, per diritto, i primi clienti della speranza cristiana.

Cari amici, nessuno deve ascoltare le voci dei "profeti di sventura" ma neanche quelle di coloro che vedendo cose stolte, dicono « tutto va bene, tutto va bene! " (Ger 6,14) e che vogliono dare ai credenti una falsa fiducia nei templi che si riempiono, o nei trionfali apogei dell'istituzione religiosa (Ger 7,4).

In realtà noi siamo ricchi e forti solo della povertà di Cristo, siamo gente che porta il tesoro della conoscenza del Signore in vasi di creta, in modo che la gloria vada riconosciuta a Dio e che la potenza straordinaria della Parola venga riconosciuta come proveniente non da noi ma da colui che è la Parola! (cfr. 2Co 4,6ss).

Colui che « ha regnato dal legno ", dalla croce, vuole che anche noi regniamo con lui nello stesso modo svolgendo il nostro compito sacerdotale tra Dio e l'umanità, servendo gli uomini, dando la vita, testimoniando l'Evangelo con piena fiducia e senza arrossire, ma come gente che non ha nulla di proprio da salvaguardare o da difendere, e perciò gente stimata povera, debole, disarmata dalla mentalità mondana dominante (2Co 6,8ss).

Come cristiani e come chiesa, noi infatti lavoriamo per conto terzi, quali servi di IHWH sedotti da lui, sapendo di essere inutili anche quando abbiamo compiuto bene ogni ubbidienza e svolto il nostro mandato (Lc 17,10), perché è solo lo Spirito il soggetto dell'opera di salvezza e di pace nella storia degli uomini, è solo Dio che produce in noi il volere e l'operare (Fil 2,13).

Siamo alla vigilia della Pentecoste: lo Spirito faccia davvero delle chiese una nuova pentecoste e conceda a tutti noi e alle nostre comunità ecclesiali di essere luoghi di libertà, spazi di comunione in cui lo Spirito produce i suoi frutti: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di se stessi (Gal 5,22).

Shalom a voi tutti!

I fratelli e le sorelle di Bose
vigilia della Pentecoste, 2 giugno 1979

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