Chiamati per nome
8 luglio 2026
Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 10,1-7 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, 1chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
2I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; 3Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; 4Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì.
5Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. 7Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino».
“Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome, tu mi appartieni” (Is 43,1). Così il libro del profeta Isaia precisa il significato del chiamare qualcuno – e qui il popolo d’Israele – per nome. Vi è sì un significato di appartenenza, cosa che magari non ci piace troppo, tanto sentiamo questo come una privazione di libertà, mentre dimentichiamo che l’appartenenza a sé stessi è forse una schiavitù ben peggiore. Ma non abbiamo nulla da temere dal momento che apparteniamo a Colui che ci ha “riscattati”, cioè proprio liberati da ogni schiavitù.
L’Evangelo secondo Giovanni rivela colui che “chiama per nome”, il buon Pastore (Gv 10,3). È lui che le pecore seguono, perché conoscono la sua voce quando le chiama per nome. Anche in questa immagine, qualcosa non ci va. Benché non sappiamo più cosa sia una pecora, ciò che ci rimane è che sono quegli animali che vengono tosati… e non vogliamo essere tosati! Ma la pecora è ben altro per il pastore, come ricorda la parabola della pecora perduta: una pecora smarrita vale più di 99 pecore “senza problema”, ogni pecora è unica ed è il tesoro del suo pastore, tesoro che non ha prezzo.
Nella chiamata dei Dodici che leggiamo oggi, possiamo vedere una banale lista di nomi, un catalogo da notaio. Eppure già questo permette alcune riflessioni. Ad esempio: vi sono nomi ebraici, come Simone o Tommaso, ed altri greci, come Andrea o Filippo. Significa forse che la famiglia di Simone e Andrea era ebrea, ma aperta alla cultura greca?
Si possono anche notare le diverse appartenenze politiche: i primi nominati erano pescatori che non dovevano essere troppo preoccupati dalla politica, ma Matteo, il pubblicano, lavorava per il regime romano di occupazione che prelevava le imposte odiate, mentre l’altro Giuda è detto “Cananeo”, cioè appartenente al partito zelota che era pronto a prendere le armi per liberarsi, alla prima occasione, dal potere di occupazione. Inoltre, fra di loro c’è persino un traditore. Non lo era di certo fin dall’inizio, lo è diventato man mano, forse perché deluso da colui che aveva pensato fosse il liberatore d’Israele (cf. Luca 24,21; Atti 1,6). Come abbia fatto a mettere insieme una tale diversità, resta il segreto di Gesù.
Ma i testi di Isaia e di Giovanni ricordati all’inizio ci consentono un’altra lettura: i Dodici sono quelli che Gesù ha chiamato per nome; ai suoi occhi ciascuno è unico, è il bene prezioso non solo suo, ma addirittura di Dio stesso. Per ciascuno è pronto a dare la propria vita purché viva. È proprio questa relazione unica, di cuore a cuore, che fa di loro (anche del traditore, che non ha saputo perdonarsi ma sul quale scende pure il perdono di Cristo) il basamento delle mura della Gerusalemme di lassù (cf. Apocalisse 21,14). In questo i Dodici costituiscono anche il fondamento saldo sul quale riposano e si rafforzano la nostra fede e la nostra speranza. La loro diversità e l’amore unico con cui Gesù ha amato ciascuno di loro sono ciò che garantisce la verità della loro testimonianza.
fratel Daniel