Di che abito è fatto il monaco


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /home/monast59/public_html/templates/yoo_moustache/styles/bose-home/layouts/article.php on line 44

Ora, nell'affascinante antologia (commentata) di testi antichi dedicati a tratteggiare la vita monastica, allestita da un monaco contemporaneo appartenente alla comunità di Bose (Biella), Luigi d'Ayala Valva, un intero capitolo intreccia appunto «i monaci, la Chiesa e il mondo», svelando come spesso i pochi metri di una cella possano contenere immense distese spaziali e trasformarsi nel cuore della Chiesa o dell'orizzonte mondano tenebroso e freddo, divenendo un focolare di vita spirituale e un segno profetico del regno di Dio. A livello esteriore due sono le forme principali in cui l'essere mónos viene declinato: certo, l'anacoreta (cioè colui che si distacca e distanzia dalla chora, la regione abitata) o eremita (immerso nell'éremos, la solitudine desertica); ma c'è anche il cenobita che nel "cenobio" appunto vive un koinòs bìos,ossia una vita comunitaria, pur protendendosi radicalmente verso Dio e il mistero. Duplice è anche il livello su cui si snoda l'esistenza quotidiana del monastero o, se vogliamo stare al titolo del volume, « {link_prodotto:id=857}». Entriamo, dunque, in quello spazio santo e subito ci viene incontro l"igumeno", cioè la guida, il superiore della comunità, il padre per eccellenza, a cui fanno riferimento i monaci coi loro diversi compiti: dall'economo al cellerario («che sovrintende agli alimenti della comunità»), dal cuoco al tassiarco (che vigila sul buon ordine del cenobio) e così via. La liturgia scandisce le ore del giorno come vero orologio spirituale e ha il suo apice nell'eucaristia; ma c'è anche il lavoro manuale, atto nobile e santificato tant'è vero che un asceta, a chi gli chiedeva «che cosa bisognasse fare per essere salvati», replicava senza esitazione: «Ecco, lo vedi!». Egli «stava intrecciando una corda, senza alzare lo sguardo dal suo lavoro». Un lavoro eseguito non certo per l'accumulo personale, essendo la comunione dei beni il vessillo del monastero.

Sulla maggior parte della giornata monastica si stende, però, il velo del silenzio, che non è mera assenza di suoni e parole, ma grembo fecondo in cui far sbocciare tutte le vere parole e l'armonia del canto: è qui che si schiude l'epifania del Verbo divino e della parola umana efficace che consola e inquieta. Per raggiungere questa capacità di non rompere il silenzio se non per dire l'ineffabile, è necessaria una vigorosa ascesi: essa, però, appare non tanto come rinuncia, bensì nel suo significato etimologico di "esercizio", così da far pulsare in perfetta simbiosi spirito e corpo, un pò come accade al danzatore o all'acrobata che volteggiano con lievità disegnando arabeschi arditi con estrema naturalezza.