Di che abito è fatto il monaco


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C'è tuttavia, un altro livello più intimo da scoprire nella vita monastica e solo chi ha occhi e cuore purificati riesce a immergersi in questo segreto di luce. Vorrei solo tentare un elenco delle tappe di questo ulteriore "cammino", lasciando al lettore delle pagine raccolte dalla nostra guida di inoltrarsi da solo lungo questi sentieri d'altura: la solitudine nella cella, la vigilanza, la lotta interiore contro quei "demoni" o "spiriti del male" che folleggiano anche nell'area mistica, il dono delle lacrime, l'umiltà, la purezza di cuore, la carità, la preghiera personale, la lectio divina, ossia la saporosa e vitale meditazione della Bibbia, ma anche la discesa di quel sudario che talora avvolge l'anima intorpidendola e che ha il nome di "acedia", traslitterazione del greco akedia, non identificabile con la pura e semplice accidia. Essa, infatti, è «quel senso di noia, di fastidio, di disgusto della vita, di torpore spirituale e di scoraggiamento che colpisce al cuore la vita del monaco», lasciandogli in bocca solo un sapore di cenere e nel cuore la nausea. Come si vede, il monachesimo conosceva già da secoli anche tutta la gamma delle esperienze psicologiche e le curava e spesso sanava senza costose terapie. Non si tema, dunque, di bussare alla porta e di varcare la soglia di un monastero - a partire proprio da quello molto accogliente di Bose, ove si è preparata questa antologia perchè una delle virtù capitali monastiche è proprio l'ospitalità: «Avanti, entrate, sotto il tetto che v'accoglie, o voi viandanti, giunti stanchi e affaticati! Ricevete i doni della mia ospitalità: un pane desiderato che alimenta il cuore, una bevanda dolce e abbondante, indumenti che proteggono dal gelo perchè poi, partendo, tu possa ritornare correndo a casa tua« (così un monaco di Costantinopoli del IX secolo, Teodoro Studita).

GIANFRANCO RAVASI

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LUIGI D'AYALA VALVA
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