La solitudine che riempie una vita

«D'oriente e d'occidente» recita la fascetta. Ma non è un caso se, su più di cento autori, solo sei sono occidentali: Girolamo, Agostino, Sulpicio Severo, Cassiano, Benedetto, Gregorio Magno. E' la riprova della supremazia dell'esempio di Bisanzio e del suo bacino d'irradiazione civile e culturale nell'esperienza spirituale monastica, del debito che il cristianesimo anche cattolico ha verso l'Oriente greco e della bontà della scelta dei monaci di Bose di studiarlo e diffonderne la tradizione attivamente, nei fatti oltre che nei detti e negli scritti.

Monaco in greco significa, più o meno, «solo». In un'epoca in cui gli uomini e le donne lo sono sempre di più, non solo materialmente ma anche e soprattutto interiormente, l'attualità delle malattie dell'anima monastica è evidente. Le antiche terapie escogitate dai padri bizantini cercano di combattere, o contenere, tutte le nevrosi di chi ha compreso la vanità del mondo, l'evanescenza del desiderio, la solitudine dell'io. Analizzano la depressione e la disperazione, l'ansia e l'insonnia, la vertigine e il panico, l'ossessività e l'anoressia. Propongono rimedi amorevoli, danno consigli comprensivi, ma non pretendono di eliminare il sintomo, né sempre lo considerano demoniaco, anzi, a volte, divino. Suggeriscono la fuga dal mondo (anachoresis, letteralmente «ritirata»), l'ascesi (askesis, letteralmente «esercizio»), la frugalità, la manualità, l'impassibilità, la lettura, il canto, il silenzio e la dolcezza, la perseveranza nella mitezza, la contemplazione della bellezza. Prescrivono la rinuncia al possesso, l'amore spirituale, l'analisi di sé, l'ascolto, la vigilanza, l'ospitalità, il pianto, il riso, il perdono, la libertà, il lavoro.