Giocatevi!

“Ci scusi, sa indicarci abba Simone?” – chiediamo a un uomo distinto, che si fa spazio come noi tra la marmaglia che affolla la taverna in quest’ora della notte.
“Lo sto cercando anch’io” – ci urla in risposta per sovrastare il vociare alticcio di quel carnaio – “sono venuto a vedere se è folle come dicono o se fa solo finta di…”
“Cavalcami, abba matto; cavalcami, abba matto!”.

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Libertà di amare

“‘Devo rimanere ancora con il mio fratello anche se so che sto rovinando me stesso stando con lui?’ Continuo a ripensare a queste parole rivolte da quel giovane monaco all’abba. Ma vi sembra possibile?”.
“Che cosa?”
“È esattamente quello che anch’io sto vivendo: fino a quando continuare ad amare una persona di fronte a parole e gesti che non portano positività nella mia vita…” – risponde la ragazza, arrossendo e spegnendo progressivamente la voce.

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L’accoglienza del cane

Usciamo dalla solenne porta orientale e ci dirigiamo dritti verso il sole nascente, sospinti dalla brezza del mare. Sdraiata sulla fertile pianura, poco più a nord, già si scorge la sagoma di quella che sembra una minuscola città racchiusa da una cinta squadrata. Percorriamo, prima che il caldo diventi insopportabile, le poche miglia che ci separano da quella piccola fortezza dello spirito: il monastero di abba Doroteo. Quando mettiamo piede nel cortile centrale, i monaci stanno uscendo di buon passo dalla chiesa per disperdersi verso le rispettive occupazioni. Notando la nostra aria smarrita (e magari anche l’abbigliamento così diverso dalla sua tunica senza maniche, fermata da una cintura e coronata da un umile cappuccio), un monaco poco più anziano degli altri ci viene incontro. Lo sguardo di una decisa tenerezza, la barba ben curata, ci accoglie con un: “Benvenuti, fratelli e sorelle, come può servirvi la nostra pochezza?”. “Veniamo da molto lontano per chiedere una parola ad abba Doroteo” – si fa avanti una ragazza.

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