Ritorno alla luce

Leggi tutto: Ritorno alla luceL’ingresso nella grande settimana suggerisce l’idea di un esodo, un cammino di liberazione che permette di passare da un mondo a un altro. Non bisogna mai temere di mettersi in cammino, né di abbandonare per un breve intervallo di tempo quel clima di superficialità nel quale il più delle volte viviamo. Per ritrovare il significato profondo della grande settimana e gustarla in tutto il suo spessore i cristiani devono imparare a dedicarvi tempo. Ci vuole coraggio per sbarazzarsi di tutto il “vecchiume”, ciò che è abitudinario, le pose “inacidite”, i vecchi orizzonti, le solite occupazioni e preoccupazioni, le vecchie angosce… La vera domanda da porsi per il cristiano è: sono disposto a perdere del tempo per poterlo ritrovare come dono alla sorgente? Il cristiano grazie alla liturgia, ai suoi testi, ai suoi canti, alla ricchezza dei suoi segni, accede alla visione della grazia pasquale. La Pasqua nella liturgia diventa per lui visione, precisamente nel senso in cui ne parlano i testi sacri.

La fede del cristiano? Disarmante semplicità: è vivere la pasqua! È questo, è tutto qui… Non è che questo: in ogni istante, in ogni prova, in ogni vertigine che ti coglie. Una volta che tu sai che “pasqua” vuol dire “passaggio”, comprendi che si tratterà costantemente di operare un passaggio: dalla notte al giorno, dal male al bene, dalla sofferenza alla pace, dalla carenza all’abbondanza. O l’inverso. In ogni caso mai come un sovrapporsi statico di esperienze, ma come cammino dinamico. Il credente sa decifrare la forza costante di questa creazione interiore, spirituale, al cuore stesso di tutti gli istanti della propria vita. Pasqua è vivere costantemente questo passaggio in Dio di tutto il nostro essere …

Semplicità. Scopriamo qui la possibilità di accedere a un’altra realtà, completamente trasfigurata, del mondo. In fondo, Cristo riporta la materia alla sua origine di luce, la rivela come in un fotogramma; cosa riconducibile al mistero dello Spirito. Come comprendere altrimenti la parola che ci dice che “Dio è luce” (1Gv 1,5)? Non vi è altra prova che rischiare di persona, come ricorda un proverbio cinese che non mi stanco mai di citare: “La farfalla conosce la fiamma alla quale si consegna”. A chi chiede di conoscere la fede cristiana mi viene sempre voglia di rispondere: “Vuoi conoscere la luce della Pasqua? Celebrala! E lasciati bruciare d’amore fino al culmine, la croce”. La grande settimana celebra questo ritorno alla luce. Il mondo è nato, ci dice la fisica contemporanea, da un’eccedenza di fulgore. Tutto è partito da quella sorgente originaria che è l’atto più bello; immaginiamo quell’istante, un frammento, un’esplosione di luce candida. Nel mistero della resurrezione vi è qualcosa che assomiglia a un ritorno della materia al mistero di Dio. In Cristo l’intero cosmo è tornato alla sorgente, nel suo splendore e nella sua luce.

André Gouzes, La notte luminosa

Gesù Servo e Signore

Leggi tutto: Gesù Servo e SignoreQuando celebra nella gioia e nell’azione di grazie la cena del Signore, la chiesa apostolica non può dimenticare che quella cena la rimanda alla cena di Gesù Servo, che si reca al suo martirio. Nella presenza del Signore, operante en pneumati al cuore di essa, è l’atteggiamento del Servo ciò di cui l’assemblea eucaristica fa memoria. Infatti sa, per la sua fede, che la cena del Signore celebra nei segni essenzialmente l’atteggiamento interiore – esternato e concretizzato negli eventi della pasqua – con il quale, entrando in totale comunione con il volere del Padre, Gesù perviene alla gloria del Kyrios. Il Kyrios è inseparabile dal Servo, incomprensibile senza un riferimento a quest’ultimo: la sua signoria non è altro che la glorificazione da parte dello Spirito della sua povertà di Servo. Croce e resurrezione costituiscono un solo mistero non semplicemente per il fatto che rappresentano gli estremi di un unico e indivisibile movimento.

Per la tradizione apostolica la cena del giovedì santo ha dunque il suo fulcro nella presenza del Servo in mezzo ai discepoli. Gesù instaura in quel momento tra sé e ciascuno dei commensali, per il semplice fatto di mangiare e bere con loro, un profondo legame di fraternità. Gesù dunque inscrive la sua eucaristia in questa valenza unitiva del pasto, conferendole un livello di profondità completamente nuovo …

Inoltre, benché Gesù in questa comunità occupi il posto principale, vi appare comunque in un rapporto di comunione orizzontale con i commensali. Invitandoli alla sua tavola, li fa partecipare a ciò che anche lui riceve da Dio, li associa al suo bene personale. Questo spiega le reazioni violente dei farisei per i suoi pasti con gli empi e i peccatori. Per quel che concerne in particolare la cena del giovedì santo, è importante sottolineare che Gesù in quell’occasione fa accedere i suoi a una comunità conviviale propriamente messianica, legata alla sua missione personale e alla sua qualità di Servo. Infatti siamo già nel clima della passione. Questo è ulteriormente accentuato dal fatto che le tradizioni evangeliche ci immergono nell’atmosfera della cena pasquale, che com’è noto ha una dimensione messianica. Pasto del Servo che va al martirio, l’ultima cena è dunque il pasto di coloro che sono ammessi a formare la prima cellula del popolo messianico, il popolo nuovo della nuova creazione.

Il semplice fatto di essere con Gesù alla tavola dell’ultima cena permette già di accedere alla comunione con lui. Si comprende allora la grande affermazione, che alimenta la speranza, riferita da Luca in questo contesto: “... perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio Regno” (Lc 22,30). La comunità conviviale eucaristica – in tutta la sua realtà ma anche in tutta la sua precarietà, dovuta al fatto che l’uomo non può mai essere certo della propria fedeltà – annuncia la koinonia definitiva nel Regno a venire. Il mistero del popolo nuovo viene cosi visto alla luce di tale comunità conviviale, radicata nell’economia della creazione.

Jean-Marie R. Tillard, Eucaristia e fraternità

Il serpente e la croce: vie per tornare a Dio

Leggi tutto: Il serpente e la croce: vie per tornare a DioL’elemento di novità introdotto dal racconto dei Numeri è la guarigione, che sorprendentemente giunge portando in sé l’immagine del peccato: il serpente. Deve essere stato visto come uno scandalo il fatto che la causa della malattia potesse aver parte nella guarigione. Tuttavia la guarigione dei figli di Israele da parte del serpente di bronzo non era neppure lontanamente scandalosa quanto l’immagine della crocifissione. Il potere di guarigione posseduto dal serpente di bronzo si basava sull’atto di pentimento e umiliazione davanti a Dio. Un autentico pentimento poteva avvenire solo quando i figli di Israele ammettevano il loro peccato e ne capivano la natura. Allo stesso modo, la croce rappresenta il rimedio del peccato dell’umanità. Gesù salì sulla croce allo scopo di offrire se stesso a quanti, fissandolo come avevano fatto i figli di Israele nel deserto, ammettono i loro peccati, riconoscono la loro morte spirituale e la loro separazione da Dio, e chiedono di essere nuovamente uniti a lui. Ecco perché, soprattutto per la chiesa primitiva, l’immagine di Cristo sulla croce era un’immagine di trionfo. Cristo nella sua morte trionfò sul peccato, e la contemplazione di Cristo crocifisso trionfante è la via che conduce alla nostra salvezza. Il segno della croce ci offre questa contemplazione: un modo per interiorizzare lo scandalo della croce e un modo per cercare la riunione con Dio e con Cristo crocifisso …

Da noi stessi non abbiamo la forza di astenerci dal peccato, perché siamo nati nella malattia del peccato. Nulla ci autorizza a pensare di poter giungere a una santità basata sulle nostre proprie forze. “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo” (Gv 3,13). Giovanni chiarisce che nessuno giunge alla salvezza da se stesso, ma solo mediante Cristo. Gesù, quale secondo Adamo, ha introdotto la medicina, laddove il primo Adamo ha introdotto la malattia.

Il segno della croce è un riflesso di questa medicina dataci da Cristo. È un segno di contemplazione sul nostro peccato, e in quanto tale combina umiltà e desiderio di trionfare sul peccato e la tentazione. Al tempo stesso esso riconosce le nostre limitazioni e richiede l’assistenza di Dio nella nostra ascesa e maturazione spirituale. Il segno della croce riflette il nostro personale impegno a guarire la malattia del peccato e le conseguenze della caduta. È uno dei primi passi del nostro ritorno a Dio: dato che riconosciamo la nostra posizione e ci mettiamo davanti alla sua misericordia e sotto la sua guida, noi come i figli di Israele nel deserto possiamo essere guariti dalla morte spirituale.

Andreas Andreopoulos, Il segno della croce