Lettera agli amici - numero 9

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La lettera di Pentecoste del 1978 è in gran parte segnata dalla vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, una delle pagine più drammatiche della storia della repubblica. Come è noto, la mattina del 16 marzo 1978 l’onorevole Aldo Moro – più volte ministro e presidente del consiglio di tre governi di centro-sinistra dal 1963 al 1968, esponente molto autorevole della Democrazia cristiana e principale artefice dei governi di solidarietà nazionale, avviati a partire dal 1976 e sostenuti per la prima volta anche dal Partito comunista – è rapito a Roma in via Fani da un nucleo armato della Brigate rosse e la sua scorta di cinque agenti viene trucidata. È il momento più drammatico dei cosiddetti “anni di piombo”, la lunga stagione che vede l’Italia scossa da atti di terrorismo di varia matrice, messi in atto soprattutto dalle Brigate rosse, organizzazione politica e militare di estrema sinistra la cui ideologia si propone di sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo. Mentre l’onorevole Moro è sottoposto a un processo da parte dei brigatisti, la classe politica e il paese si dividono tra fautori della linea della fermezza in nome della ragione di stato e della difesa delle istituzioni democratiche e sostenitori di una trattativa con le BR che, senza pregiudicare le prerogative dello stato, possa salvare la vita di Aldo Moro. Tra questi ultimi, papa Paolo VI e la Santa sede svolgono un ruolo di primaria importanza. Tra il 19 marzo e il 2 aprile il pontefice interviene pubblicamente due volte per sollecitare la liberazione del prigioniero, mentre il governo presieduto da Giulio Andreotti e il Partito comunista sono i principali interpreti della linea della fermezza, senza peraltro conseguire risultati sul piano delle indagini.

Il caso sale ancora di tensione e assume un crescente rilievo internazionale dopo che, il 15 aprile, un comunicato della Brigate rosse annuncia la fine del processo ad Aldo Moro e la sua imminente condanna a morte. Due giorni dopo Amnesty International e successivamente lo stesso segretario generale dell’ONU, Kurt Waldheim, si offrono per una mediazione tra il governo italiano e le BR. Il 22 aprile Paolo VI, che nel silenzio sta svolgendo un’intensa azione diplomatica su vari fronti, fa diffondere da “L’Osservatore Romano” e dalla radio Vaticana una lettera aperta: “Io scrivo a voi, uomini delle Brigate rosse… vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni …”. Nel frattempo, tra il 19 e il 26 aprile, anche su “Lotta continua”, giornale della sinistra extraparlamentare, e su “Il popolo”, organo della DC, appaiono appelli di personalità autorevoli di ambienti cattolici e laici intesi a sostenere la necessità di una trattativa. Nella medesima direzione alcuni vescovi, tra i quali monsignor Luigi Bettazzi, si offrono come ostaggi in cambio della liberazione di Moro. Ma tutto si rivela inutile: il 9 maggio, cinquantacinque giorni dopo il rapimento, il corpo senza vita dell’onorevole viene ritrovato, su segnalazione delle BR, nel baule di una Renault rossa a Roma in via Caetani. Il 13 maggio, senza la salma di Moro per decisione della famiglia, il cardinale Poletti, vicario della diocesi di Roma, presiede il funerale di stato alla presenza di Paolo VI e delle massime autorità civili. Prima della fine il pontefice pronuncia un’accorata preghiera, che colpisce fortemente l’opinione pubblica: “Signore, ascoltaci! … Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro … ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita”. Poco più di un anno dopo, anche il governo di solidarietà nazionale è costretto alle dimissioni.

Su questa tragica vicenda sono stati scritti nel corso degli anni i proverbiali fiumi di inchiostro: magistrati, parlamentari, giornalisti, testimoni diretti, storici hanno cercato di chiarire la dinamica dei fatti e di spiegare l’accaduto, senza peraltro riuscire a illuminare varie zone d’ombra che tuttora permangono. 

È tuttavia singolare che, dopo oltre quarant’anni, la lettera scritta dalle sorelle e i fratelli di Bose “molto in ritardo rispetto alla Pentecoste” conservi ancora una sua potente originalità interpretativa. È la prospettiva non solo religiosa, ma biblica, che conferisce allo scritto questa originalità. Troppe parole, troppi giudizi, “troppe voci – scrivono da Bose – si sono levate in modo arbitrario rispetto al messaggio primario e assoluto della parola di Dio”. 

Chiariti alcuni “pericolosissimi accostamenti” circolanti negli ambienti cattolici, la lettera relativizza anzitutto l’enfasi creata intorno al “caso Moro” e allarga lo sguardo: “Di fronte a queste vittime più vicine a casa nostra, come di fronte alle vittime palestinesi, israelite, libanesi o centrafricane di questi giorni, come di fronte ai portatori di morte, preferiamo come cristiani sentirci colpevoli e sconfitti nello stesso tempo, ma ancora capaci di un’intensa preghiera per tutti loro”. Sì, in vario modo colpevoli e sconfitti: a ben guardare, chi nella tragica vicenda del “caso Moro” può dirsi innocente e vincitore? “Siamo molto meno potenti di quanto abbiamo creduto, il futuro non è interamente nelle nostre mani, di fronte al male scatenato nella storia non abbiamo forze sufficienti ad arginarlo”.

Poi la lettera approfondisce il discernimento riportando quanto accaduto alla sua radice: “In realtà noi siamo ancora molto idolatri”. Quali sono in questa circostanza i nostri idoli? “Nuove proiezioni di noi stessi nel tentativo disperato di dominare la vita e la storia”, “le nostre ideologie assolutizzate e divinizzate”, “lo stato invocato nella sacralità di un Moloch e il partito in cui l’uomo dovrebbe trovare tutto se stesso”. Ecco perché siamo non solo sconfitti ma anche colpevoli…

Pentecoste 1978

Cari amici, ospiti e voi che ci seguite da lontano, questo nostro foglio esce molto in ritardo rispetto all'appuntamento ormai tradizionale della Pentecoste, ma per una ragione ben precisa: in questi ultimi due mesi segnati da eventi mortiferi e di violenza in Italia noi ci sentivamo soltanto di tacere perché ci sembrava « sempre più rara la parola di Dio » (cf r. 1 Sam 3, 1), troppe e confuse le parole dette anche da parte dei cristiani su quegli eventi che non sono peraltro cessati ma che invece continuano a ripetersi quasi quotidianamente. Noi siamo convinti che ormai le parole sono come armi, anche se non ci possiamo esimere da un giudizio, e che ai cristiani sia chiesto, qui e ora, non solo porre parole sugli eventi ma porre la Parola come evento. Dal giorno — epifania della violenza nella strage di via Fani — in cui cinque militari sono morti e un politico è stato rapito, fino al giorno dell'assassinio di quest'ultimo, troppe voci si sono levate in modo arbitrario rispetto al messaggio primario e assoluto della Parola di Dio, troppi giudizi affrettati sono stati emessi e pericolosissimi accostamenti sono stati operati. Non si possono fare accostamenti tra queste vittime e la Vittima Gesù Cristo per eccellenza perché non c'è stata, in questi casi, né Passione, né martirio; neppure crediamo che queste vittime possano essere strumentalizzate per una ‘pace sociale’ essendo uomini fatti ad immagine e somiglianza di Dio che in nessun modo davanti al Signore meritano un peso diverso da quanti anonimi e poveri sono soggetti allo scatenarsi della violenza e allo sprigionamento delle forze demoniache dei poteri tenuti in mano dal Principe di questo mondo. Per noi cristiani poi è doveroso ricordarlo, gli stessi terroristi sono uomini, certamente portatori di morte, ma che se anche nemici devono ricevere da noi compassione e perdono. È grande il mistero del male e del peccato, ma chi di noi non è stato o non è in qualche misura carnefice del fratello? Ebbene di fronte a queste vittime più vicine a casa nostra, come di fronte alle vittime palestinesi, israeliane, libanesi o centrafricane di questi giorni, come di fronte ai portatori di morte, preferiamo come cristiani sentirci colpevoli e sconfitti nello stesso tempo, ma ancora capaci di una intensa preghiera per tutti loro. Il vescovo di Roma (al di là della coreografia dei funerali di Stato, in cui si potrebbe ancora una volta vedere la chiesa come colei che supplisce nel temporale ad una disgregazione civile, culturale e politica, pericolosamente troppo simile alla supplenza assunta nel secolo della caduta imperiale postcostantiniana) ha fatto una preghiera singolarissima con un accento che ci è parsa preziosa constatazione: « Tu, o Signore, non hai esaudito la nostra supplica per l'incolumità di... “.

Veramente, il Signore non esaudisce sempre le nostre preghiere, Egli realizza sempre le sue promesse e a noi in questo caso non resta che sentirci colpevoli e sconfitti! Siamo molto meno potenti di quanto abbiamo creduto, il futuro non è interamente nelle nostre mani, di fronte al male scatenato nella storia non abbiamo forze sufficienti ad arginarlo, la pace si mostra sempre più qualcosa che noi non siamo in grado di darci e di costruirci. In realtà noi siamo ancora molto idolatri e gli idoli mantengono sempre il loro potere mortifero: agli idoli antichi contro cui si scagliavano i profeti, abbiamo sostituito nuove proiezioni di noi stessi nel tentativo disperato di dominare la vita e la storia, senza cercare di immetterci nel piano di Dio. Che cosa sono le nostre ideologie assolutizzate e divinizzate che mostrano prima o poi il loro volto di morte attraverso il fanatismo e il terrorismo? Che cosa sono lo Stato invocato nella sacralità di un Moloch e il Partito in cui l'uomo dovrebbe trovare tutto se stesso? Nient'altro che i nuovi idoli, da noi innalzati, da noi proclamati, e a cui noi prestiamo servizio! Ecco perché non solo sconfitti ma anche colpevoli. In questi anni dove si è levata una voce profetica a ricordare che Dio è l'unico Signore e che a lui solo si deve prestare servizio? Non si sono forse accettate tutte queste realtà dando loro un potere sacro, e cercando tutt'al più di venire a compromessi con esse per una spartizione di influenze e di potere? Abbiamo saputo gridare “non abbiamo altro Re e Padrone all'infuori di Dio” o abbiamo ascoltato le nostre grida o i nostri mormorii con quanti di fronte alla Vittima, all'uomo vilipeso e incoronato di spine, portato in tribunale davanti a governatori e padroni, all'Adamo schiavo e alienato, a Gesù di Nazareth proclamavano: “Non abbiamo altro Re e Padrone all'infuori di Cesare!”? (cfr. Gv 19, 15). Così Dio non ci esaudisce e non lo può fare perché siamo idolatri, sotto l'influenza e il dominio del Principe di questo mondo e non abitazione dello Spirito Santo le cui energie sprigionano pace, amore, fraternità, discernimento, perdono, fede. Mai come in questi anni in cui la condizione della fede è stata (e lo sarà sempre di più d'ora in poi!) sfidata, sempre più messa in gioco, noi cristiani, che avevamo giudicato finite forme di politicizzazione della fede, ci siamo condizionati a vivere di 'politica' senza portare una contestazione contro le diverse potenze che reggono il mondo, anzi, come presuntuosi agenti del controllo della storia, ci siamo serviti della fede come supporto alla politica, sentendoci sempre capaci di risolvere qualsiasi problema attraverso una troppo facile decifrazione di presunti segni dei tempi. Dicevamo già in altre lettere del Qiqajon e lo riportiamo: dove si è arenato il discorso profetico nato dal Concilio sulla povertà della chiesa e dei cristiani, povertà non solo nel senso economico ma povertà nel senso più pieno, quello che la chiesa deve avere come presenza nel mondo? Perché ci sono state contorsioni violente, e un grosso riflusso rispetto alla linea indicata da Giovanni XXIII? La chiesa di oggi infatti è molto meno sottratta alla perenne tentazione di essere “domina” nella storia umana rispetto al momento conciliare. Noi crediamo che questa tentazione oggi non sia soltanto interna ad essa ma che addirittura sia anche sollecitudine che viene fatta alla chiesa dal mondo stesso che si rivolge a lei per chiedere supplenza e non annuncio della croce e della resurrezione.

Così il cristianesimo ha voluto sempre di più diventare umanesimo, il messaggio di giudizio dei profeti è diventato teologia della rivoluzione, la pace di Dio, lo Shalom, è stata presentata come volontaristico atteggiamento umano che non presume più il dono di Dio, la salvezza viene costantemente minacciata di riduzione a questa “promozione umana” coniugata con tutti quegli strumenti e doni che Dio ha fatto alla chiesa: strumenti che paiono impotenti umanamente ma efficaci nel piano di Dio! Novello tempo di pelagianesimo.

Invece dell'attesa della Gerusalemme celeste che scende dall'alto per la nostra invocazione, per l'adesione al Signore, per l'opera delle nostre mani ubbidienti al piano di Dio, dobbiamo constatare di aver portato molti mattoni per costruire Babele: la dispersione, la dissoluzione. E se ci siamo accorti di questo, non abbiamo presentato il volto della penitenza e della conversione: qua e là si ritenta una rivincita attraverso aggregazioni e movimenti cattolici che prendono ogni giorno più corposità, più voce e più peso nella nostra chiesa italiana e si rischiano nuovi collateralismi con il partito cristiano. Ma con questi movimenti che dissanguano le chiese locali (la grande speranza del Concilio e di Giovanni era di vederle rinascere!) se è vero che si presentano aperti spazi positivi per la crescita della fede di uomini e donne, sprovvisti di comunione e fraternità all'interno delle strutture istituzionali, è pur vero che si affacciano e diventano reali i pericoli di un neotemporalismo, che senza parole profetiche, sta nel mondo, intento ad una spartizione di poteri magari in nome di una errata comprensione del pluralismo sociale e civile, e con un atteggiamento di concorrenza che vorrebbe salvaguardare la libertà, la difesa della vita, la democrazia ma che finisce col cadere in nuove forme di crociata. È strano che i Vescovi posti all'ufficio di presiedere le chiese locali non se ne accorgano, e che anzi finiscano per chiamare tali movimenti ad animare spazi ormai vuoti, come successo recentemente nel Congresso eucaristico di Pescara. Anche in questo ci sentiamo sconfitti rispetto alle speranze conciliari che in obbedienza alla parola di Dio volevano chiese locali, radunate attorno al Vescovo, con carismi e ministeri da lui compaginati in modo da dare un segno dell'amore fraterno tra gli uomini, nel mondo; chiese locali capaci di non essere ridotte ad assemblee spiritualistiche ma neanche succubi di movimenti agenti dell'ordine terreno e rivestite del nome cristiano. Come si è lontani dall'immagine dei cristiani delineati nella lettera a Diogneto! Cristiani non dispersi, cristiani poveri, ma anima del mondo, coscienza dell'umanità, sale e lievito nella pasta senza pretese e senza fornicazioni con Babilonia!

Colpevoli dunque sconfitti ma... Dicevamo però che non solo dobbiamo mettere le parole sugli eventi ma anche porre la Parola di Dio come evento: questo è un compito essenziale del cristiano, se crede ancora alla forza della Parola di Dio! E allora se crediamo alla fedeltà di Dio, rimettiamoci sotto la signoria della Parola, ritorniamo ad essere nel mondo forti nella fede e capaci di parole di speranza. Dove regnano la violenza e la morte abbiamo il coraggio di annunciare la Resurrezione e la vita e dove il peccato si fa manifesto fino a colpirci annunciamo anche ai colpevoli il perdono di Dio, del Cristo Signore dei Signori e Re dei dominanti. Saremo tribolati ma non schiacciati, saremo sconvolti ma non disperati, perseguitati ma non abbandonati, colpiti ma non uccisi e porteremo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù perché la sua vita si manifesti in noi. Abbiamo creduto e per questo parliamo convinti che colui che ha risuscitato Gesù risusciterà anche noi (cfr. 2 Co 4, 7 ss). Teniamo ferma la nostra fede in vasi di creta ma non nascondiamola dietro scudi, tanto meno facciamo di essa una forza massiccia nei confronti degli uomini. Carissimi, la crisi della chiesa sarà ancora lunga e certo i tempi in Italia per la nostra società civile saranno ancora e di più tempi di violenza. Le armi della morte ci sono e può darsi ci siano pronte molte più mani capaci di provocarla di quante pensiamo! Ma la nostra voce e il nostro atteggiamento siano veramente evangelici e i nostri richiami forti e pieni di audacia evangelica. Abbiamo il coraggio di sentirci sconfitti e colpevoli ma chiediamo a Dio di farci tornare a lui: col suo Spirito potremo forse dare frutti di pace e di vita e arginare la violenza e la morte. Questo è tempo ormai di chiesa confessante!

 Le sorelle e i fratelli di Bose

(3 giugno 1978, a quindici anni dalla morte di Giovanni vescovo di Roma e papa).

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