La nostra natura umana (questo indefinito miscuglio della nostra anima e del nostro corpo) “sa”, con un’incredibile perspicacia che travalica i concetti, che la pienezza di vita si ottiene soltanto nella reciprocità della relazione. Nella reciproca e integrale offerta di sé. Per questo la nostra natura investe nell’eros tutta la sua sete, abissale, di vita. Sete del corpo nostro e dell’anima nostra.
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La lettera a Tito esorta i giovani alla ponderazione (Tt 2,6), cioè capacità di riflettere, di pensare per acquisire sapienza e discernimento. Sì, pensare, prestare attenzione ai moti del proprio cuore pensieri che più invadono la propria mente, rileggere alla sera propria giornata, non è facile. C'è una sorta di istintivo rigetto ripulsa nei confronti della vigilanza su di sé, del guardare in faccia se stessi e ciò che abita il proprio cuore, che è paragonabile al rifiuto veemente che il corpo oppone alla fatica e alla sofferenza.
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Fino a quando Cristo non inizia a operare il cambiamento interiore venendo ad abitare al posto del nostro ego, a unire a noi le sue qualità e a inserirci tra le fila di coloro che attendono il loro turno celeste, saremo in realtà semplici coloni terrestri, e la nostra nostalgia del cielo resterà una semplice nostalgia. Dobbiamo rivestirci del Signore ora, perché è un diritto che abbiamo acquisito nel battistero “poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). Dobbiamo praticare questo mistero quotidianamente.
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La maggior parte di noi è inquieta, se non addirittura smarrita, quando ci appare, in modo più o meno brutale, la nostra debolezza. Alcuni arrivano perfino a fuggire: bisogna aver già una certa esperienza dell'amore di Dio per osare permanere nella debolezza e riconciliarsi con il proprio peccato.
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