Autorità e servizio

Noi oggi concepiamo l'autorità come potere, quasi sinonimo di dominazione, e in questo senso essa è il contrario del servizio. Gesù ha goduto di profonda autorità e ha agito con autorità: è proprio Marco che ci riferisce come Gesù sin dall'inizio insegnava con autorità (1,27).
Eppure Gesù è stato anche colui che il Nuovo Testamento ha presentato soprattutto ricorrendo all’inno del servo sofferente (Is 52,13-53,12), come uno che ha dato la sua vita per gli altri, esprimendo al massimo grado la verità che non c'è miglior amico di colui che dona la sua vita per gli altri.

Isaia 42:1 Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.

E’ Dio che parla e presenta il “suo” servo; è Lui che lo ha “scelto”, è Lui che lo sostiene. Ogni elezione nella Scrittura è sempre in vista di una missione per affrontare la quale c’è bisogno della grazia. Dio dice che il suo servo è “cosa buona” e che ha posto in lui il suo Spirito.

Isaia 49:1 Ascoltatemi, o isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.
Isaia 49:2 Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all'ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra.

In sintesi: il servo è un uomo, scelto tra gli uomini; non è migliore degli altri né più capace; è Dio che gli va incontro, che lo purifica e lo rende capace di dirgli di sì; la chiamata ad essere santo si concretizza nella missione agli altri, quale inviato di Dio; questa missione consiste soprattutto nell'annunziare la Parola, nel prestare la voce a Dio, nell'essere suo testimone.
L'autorità secondo il vangelo quindi è "una qualifica che Dio dà per un servizio". Se volessimo esprimerci con una pagina di Giovanni, potremmo rifarci alla lavanda dei piedi, la sera dell'ultima cena, con la quale il quarto evangelista intende probabilmente rendere il significato stesso della Eucarestia: "Signore, tu lavi i piedi a me?", esclama Pietro. E Gesù: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo"... (Gv 13,1-20).
Non c'è da stupirsi che Giovanni abbia introdotto la scena della lavanda dei piedi e dei fatti della passione con le parole: "Prima della festa di pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13,1).

E più avanti ancora Gesù dirà: “ Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” parole che possiamo completare con quelle degli Atti degli Apostoli: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35).
Giovanni ci rimanda così al vangelo di Marco, dove Gesù è preoccupato di non assimilarsi ai grandi della terra: non vuole essere servito, ma servire. Donando la sua vita vuol dimostrare che sa portare sino alle estreme conseguenze la verità in cui crede e la missione che sente affidatagli dal Padre; non solo ma ci vuole far capire che la vita cristiana è vita nella gioia, servire Dio, servire gli altri, servire la Chiesa, dà gioia.

“Il servizio cristiano”, IV Assemblea Nazionale ALAM
Collevalenza 2005