L’umanità intera diviene madre

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Alla vergine Maria è stato consegnato per prima il mistero del Natale. Per noi, la Vergine rappresenta un modello straordinario di ciò che significa la vocazione. Dio la scelse per santificarla e lei accolse la vocazione alla santità e alla pienezza. Dio non scelse la Vergine perché era santa o la donna più pura della terra, ma perché lo diventasse. Quando accolse la vocazione, si compì per lei tutto ciò che Dio le aveva promesso. In Cristo, tutta l’umanità è diventata una vergine fidanzata per essere il corpo di Dio, il tempio in cui egli dimora. Noi, oggi, siamo scelti come un tempo lo fu la vergine Maria. Dobbiamo semplicemente accogliere l’invito, credere e dire come lei: “Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38). Se l’umanità rispondesse alla voce di Dio come fece la Vergine, concepirebbe e partorirebbe Cristo per fede. L’umanità intera sarebbe una madre, non una serva, per Cristo, e Cristo, il Figlio di Dio, diventerebbe un suo figlio perché si è compiaciuto di essere figlio di tutta l’umanità, Figlio dell’uomo. La vergine Maria, quando credette a quanto le era stato detto, accogliendo la vocazione, accolse anche il Verbo di Dio. Il Verbo di Dio stesso è offerto a tutti. Chi lo accoglie ne viene santificato, Cristo si unisce a lui. Con Cristo diventa figlio di Dio, nato da Dio, dallo Spirito santo, nel corpo e dal corpo puro di Cristo.

La nascita di Cristo non deve restare esterna all’uomo. Deve invece assolutamente penetrare nel cuore, nello spirito, nei sentimenti e in tutte le nostre membra. Cristo deve abitare per la fede nei nostri cuori (cf. Ef 3,17), colmando i nostri sentimenti, le nostre emozioni, la nostra memoria, la nostra consapevolezza e perfino il nostro inconscio, così che possiamo giungere alla verità del Natale, cioè all’unione del Figlio di Dio con la nostra carne. Quando meditiamo con amore sul Natale, quando ne facciamo memoria, quando lo contempliamo come qualcosa che ci riguarda personalmente, scopriamo che esso è la prima e più grande opera gratuita di misericordia che Dio ha realizzato nelle viscere dell’essere umano. Sperimentiamo la nascita di Cristo dentro di noi, la nascita della verità divina, della luce, della vista spirituale, del travolgente amore divino, la nascita della purezza, della santità, del timore di Dio che scaccia ogni orgoglio, ogni arroganza, ogni autoreferenzialità.

Quando nel nostro uomo interiore sorge il volto luminoso di Cristo, pieno di tenerezza, mitezza e umiltà, allora tutto il nostro orgoglio, tutta la nostra codardia, tutta la nostra ipocrisia vanno in fumo e il nostro silenzioso grido di dolore si placa. Allora soltanto conosceremo e capiremo il senso del Natale in noi gustando, nelle nostre viscere e nella nostra vita, la forza e la santità dell’incarnazione di Dio. Anche il nostro parlare e il nostro tacere ne usciranno trasformati.

L’esperienza di portare il Cristo in grembo è l’esperienza della pienezza umana con la quale viviamo continuamente in Dio, uniti con lui, rapiti dall’amore divino, in un’unione talamica misteriosa ed eterna che né la morte può dissolvere ne il pensiero può scuotere.

 Matta el Meskin,L’umanita di Dio. Meditazioni sull’incarnazione

Il Verbo: solidale con l’umanità

Leggi tutto: Il Verbo: solidale con l’umanitàIl Verbo incarnato “volle essere partecipe della solidarietà umana” (Gaudium et spes 32). Ma come vi è entrato se non per la porta della storia comune? Non mediante il solo gioco di attività liberamente consentite, bensì per la costrizione di una nascita che lo assegnava a prendere posto nella catena delle generazioni.

Il concilio ha visto bene che, per interessare alla persona di Gesù degli uomini divenuti maggiorenni e soggetti della propria storia, doveva mostrare loro fino a che punto egli era legato, non soltanto alla natura degli uomini, ma anche alla loro storia. Il concilio, infatti, non ha pensato che non si entra nella storia dal di fuori, per un atto di benevolenza, ma che si diventa uomini per il fatto stesso di dovere la propria origine a una storia che ci ha fatto nascere al mondo degli uomini. La storicità è la condizione nativa della persona umana allo stesso titolo che la temporalità è inerente alla sua natura intesa come “essere nel mondo”. La storia si riceve passivamente come un’eredità prima di essere liberamente assunta e per poterlo essere come un compito da realizzare. Si è fatti solidali, nel bene e nel male, della storia che ci precede prima di divenire solidali di quella che noi lavoriamo a costruire con coloro che portano il medesimo giogo. Insomma, la solidarietà si prescrive, non si inventa.

Il discorso della solidarietà ha bisogno, nel caso di Gesù, di attingere risorse dal racconto della sua genealogia che fa discendere la sua filiazione divina, come una vocazione da onorare, dalla catena delle generazioni al termine delle quali egli è riconosciuto, quando si risale la catena dal basso verso l’alto, “figlio di Adamo, figlio di Dio” (Lc 3,38). E tuttavia non c’è altro mezzo per rendere pensabile la solidarietà di Gesù con la storia umana se non quello di riconoscere che egli era tenuto a pagare un tributo alla nostra vecchia storia. La solidarietà del Figlio di Dio con noi – la sua kenosi – non consiste nell’umiliarsi fino a portare un destino al quale non sarebbe stato tenuto per necessità di nascita, essa non può emergere che dal medesimo humus dal quale emergono tutti i suoi fratelli di stirpe.

Il Figlio di Dio, venendo da Dio a noi “nella pienezza dei tempi”, era dovuto passare anche lui attraverso le vie della storia. Il Vaticano II fa apparire nuove esigenze dell’incarnazione dalla parte del tempo umano. Il Figlio inaugura la propria kenosi non spogliandosi ma caricandosi di legami che nessuno può portare se non vi è incatenato in anticipo dal destino. Il nuovo Adamo non può non nascere carico dei secoli del vecchio Adamo, come narra la sua genealogia. Il discorso della solidarietà rinvia la cristologia al racconto dell’umanità di Gesù prima di poter celebrare la sua origine eterna.

Joseph Moingt, L’umanesimo evangelico

Amore: senso dell'esistenza

Leggi tutto: Amore: senso dell'esistenzaChi non si sente amato, non sa amare. Chi non crede all’amore, vuole contare solo su se stesso, essere autosufficiente. Vive l’amore solo in funzione del proprio io, non riesce a rinnovarlo, a radicarlo. Vive un amore senza radici e sugli altri ha uno sguardo gelido, di giudizio. Fondamentalmente non riesce a essere felice e a dare felicità. Accettare di essere amati è molto più difficile di quel che crediamo, perché sotto sotto conosciamo la nostra miseria e non riusciamo ad accettare che qualcuno ci ami come siamo veramente. Noi stessi fatichiamo ad amarci davvero.

Essere amati è un’esperienza di perdono. Ecco perché papa Francesco, nell’omelia del 13 marzo 2015, ha detto che il giubileo consiste nel fatto che la chiesa deve innanzitutto riconoscersi perdonata. Siamo peccatori perdonati. Altrimenti la nostra misericordia è una forma di paternalismo.

La misericordia, possiamo dire, è la parola chiave del pontificato di Francesco, come un filo rosso che attraversa e collega i suoi discorsi, le sue omelie e i suoi gesti. Il papa con le parole e con il suo atteggiamento vuole mostrare al mondo il Dio di Gesù Cristo. E in realtà è proprio questo l’intimo significato del giubileo della misericordia che va al cuore della crisi di fede di un mondo che rischia di smarrire il volto di Dio, il quale a molti appare distante, freddo, o comunque sbiadito, a volte proprio a partire dall’idea di un “giudizio” inteso in senso inquisitorio e punitivo. L’altro aspetto rilevante dell’anno giubilare è di sostenere e incoraggiare la chiesa nella sua “missione di portare a ogni persona il vangelo della misericordia”.

Papa Francesco esprime così il punto centrale, il cuore del messaggio del giubileo: “Nessuno può essere escluso dalla misericordia di Dio. Tutti conoscono la strada per accedervi, e la chiesa è la casa che tutti accoglie e nessuno rifiuta. Le sue porte rimangono spalancate, perché quanti sono toccati dalla grazia possano trovare la certezza del perdono”.

Che cosa è significativo, nel cristianesimo, per l’uomo di oggi? Che cosa può essere attraente? Non certo la pretesa di un’autorità religiosa di dettare norme e giudizi sulla vita e sull’intimità delle persone. Essa verrebbe percepita come la pretesa di esercitare un potere e un controllo. Si sottomettono ciecamente a un’autorità le persone in fuga dalla libertà, le quali reprimono se stesse pur di trovare rifugio dalle proprie paure e insicurezze. Non è la volontà di Gesù, il quale non è venuto per essere servito, ma per servire (cf. Mc 10,45) e vuole che nessuno perda o rovini se stesso, la propria vita (cf. Mt 16,24-27; Mc 8,34-38; Lc 9,23-26).

Il cristianesimo non riguarda un premio nell’aldilà da guadagnare per un’anima disincarnata; è il cammino verso una vita piena, sfuggendo a una vita vuota, fin da ora, verso un modo migliore di vivere nel mondo già oggi. E questa pienezza, secondo il vangelo, si trova solo nell’amore ed è solo l’amore vissuto, sperimentato, che ce lo fa comprendere. È l’amore come senso dell’esistenza. Anche la chiesa, soprattutto oggi, viene riconosciuta come autorità solo se è autorevole e credibile nel testimoniare l’amore.

 Christian Albini, L’arte della misericordia