Quaresima: liberazione dal “di più”

Leggi tutto: Quaresima: liberazione dal “di più”Un fratello venne a far visita ad abba Poimen nella seconda settimana di Quaresima, e dopo avergli rivelato i propri pensieri e aver trovato riposo, gli disse: “C’è mancato poco che mi trattenessi dal venire qui oggi”. Gli disse l’anziano: “Perché?”. Disse il fratello: “Mi sono detto: ‘Forse non mi aprirà a causa della Quaresima’”. Gli disse abba Poimen: “Non abbiamo imparato a chiudere la porta di legno, ma piuttosto quella della lingua”.

Un fratello interrogò abba Poimen dicendo: “Che cosa devo fare?”. Gli disse l’anziano: “Quando Dio ci visita, di che cosa dobbiamo preoccuparci?”. Gli disse il fratello: “Dei nostri peccati”. Gli disse l’anziano: “Allora entriamo nella nostra cella e, seduti, facciamo memoria dei nostri peccati, e il Signore si unirà a noi in tutto”.

Lo stesso abba Macario disse: “Se rimproverando qualcuno ti lasci trascinare all’ira, soddisfi una tua passione. Per salvare un altro, infatti, non devi perdere te stesso”.

Disse ancora: “È meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la maldicenza le carni dei fratelli!”.

Un anziano disse: “Ricchezza dell’anima è la temperanza. Acquistiamola con un pensiero umile, fuggendo la vanagloria, che è la madre dei vizi”.

Un anziano disse: “Nessuno senza fatica acquisisce la virtù; e se anche riesce ad acquisirla, non può custodirla in sé. È infatti a coloro che sono in lutto e hanno fame che è stato promesso il regno dei cieli (cf. Mt 5,3-4.6)”.

Un anziano disse: “Digiuna con senno e diligenza. Bada che il Nemico non minacci il guadagno del tuo digiuno. E credo forse che sia proprio per questo che il Salvatore ha detto: ‘Diventate abili cambiavalute!’, cioè riconoscete con precisione l’impronta del re. Ci sono infatti delle false impronte. La natura dell’oro è la stessa, ma la differenza sta nell’impronta. L’oro è il digiuno, la temperanza è l’elemosina; ma i pagani hanno impresso la loro immagine abusiva su tali pratiche, e tutti gli eretici si vantano di esse. Bisogna riconoscerli ed evitarli come falsificatori. Bada dunque di non subire qualche perdita incappando in loro senza esserti esercitato. Accogli con sicurezza la croce del Signore impressa attraverso le virtù, cioè una fede retta unita ad azioni sante”.

I padri del deserto, Detti. Collezione sistematica

Silenzio: comunicare altrimenti

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Il silenzio non è assenza di comunicazione, ma un altro modo di dire, di comunicare, e per questo rimane in una irrinunciabile correlazione con la parola. Il silenzio non è l’opposto della parola, ma è il contesto in cui la parola si iscrive, ciò che la contiene, appunto. È, per utilizzare un’immagine, il foglio bianco su cui la parola si staglia e che dà spessore al colore della parola. C’è tra la parola e il silenzio un doppio rapporto che li vivifica entrambi: si passa continuamente dal silenzio alla parola e dalla parola al silenzio. Essi si custodiscono a vicenda: il silenzio precede e segue la parola; esso è sempre “al di là della parola o in attesa della parola, ma comunque in relazione dialettica con la parola stessa”.

Innanzitutto il silenzio è ciò che genera la vera parola, è come il primo atto della comunicazione. Il silenzio, poi, custodisce e dà spessore alla parola. È un’occasione di interiorizzazione, insegna ad amare la parola detta o che vorremmo dire, “insegna ad amare la parola pensata”. Infine, il silenzio ricorda che la parola umana resta comunque limitata: non tutto può essere detto, e a volte non si può che tacere.

Il rapporto è però reciproco: se la parola ha bisogno del silenzio, anche quest’ultimo ha bisogno della parola. La fecondità del silenzio, la sua efficacia, è nella sua capacità di fare spazio alla parola che lui stesso poi deve portare e spiegare. Se il silenzio non si fa attenzione, tensione verso la parola, accoglienza, rischia di trasformarsi presto in luogo sterile. Tra il silenzio e la parola si deve instaurare una sorta di antagonismo, in cui nessuno dei due deve prevalere sull’altro e, istante dopo istante, sarà necessario chiedersi a chi dei due tocca, in quel frangente, avere la meglio, secondo quella regola aurea che Gregorio di Nazianzo ci offre laddove dice: “Parla solo se hai da dire qualcosa che valga più del silenzio”. E un detto della tradizione sufi sembra fargli eco: “Se la parola che stai per pronunciare non è più bella del silenzio, non dirla”.

Il prodigio del silenzio è giungere a parlare tacendo, a essere espressivi senza usare le parole, ad avere una vita silenziosamente eloquente … Il silenzio è un modo diverso di comunicare e, più in profondità, un modo diverso di essere... e di vivere. I padri del deserto l’avevano ben compreso quando consideravano il silenzio una forma di estraneamento. Il silenzio è quel linguaggio per cui, in un incontro, uno sguardo potrà bastare a dire ciò che le parole non possono più dire. È l’esperienza degli innamorati o degli amici.

Il silenzio affina lo sguardo e rende eloquenti i volti. Questi si fanno un invito costante rivolto all’altro perché venga a noi e dimori presso di noi; esprimono desiderio e attesa dell’incontro.

Il silenzio è in definitiva uno scambio di presenze, anziché di parole. Nulla più di uno sguardo o di un gesto silenzioso a volte sa narrare l’amore per una persona. Ricordiamo anche l’episodio dell’unzione di Betania (cf. Mc 14,3-9), dove una donna, senza proferire parola, si avvicina a Gesù e gli unge il capo di olio profumato. I discepoli parlano e protestano contro di lei, e anche Gesù parla per difenderla; la donna, invece, non dice una parola, neppure per difendersi dalle accuse: il suo gesto è più che eloquente, e non è possibile dire di più, neppure per spiegarsi di fronte a chi non l’abbia compreso... Essendo un linguaggio discreto, infatti, il silenzio a volte ingenera il timore che esso non venga compreso, che sia inefficace. Ma si tratta di una paura infondata, poiché ciò che è vero, anche se discreto, prima o poi è compreso. Se il linguaggio che usiamo ha in sé vita, anche se silenziosa, questa a suo tempo si rivelerà.

Il silenzio autentico è in definitiva un altro linguaggio; non è vuoto, incapacità di parlare o rifiuto; tutt’altro! Esso è abitato da una parola viva e vivace, che attende di essere detta, ma in altro modo; per questo, il silenzio vero è pregno di attenzione, di tensione e di accoglienza.

Sabino Chialà, Silenzi. Ombre e luci del tacere

Mi hai creato: non lasciare che vada perduto!

Due cose riconosco in me, Signore:Leggi tutto: Mi hai creato: non lasciare che vada perduto!
la natura, che tu hai creato,
il peccato che io vi ho aggiunto.
Riconosco che con la colpa ho deformato la natura,
ma ricordati che sono un soffio che va
e non ritorna (Sal  78,39).

Da me stesso, infatti, non posso retrocedere dal peccato.
Orsù, togli da me quello che ho fatto io,
rimanga in me quello che hai fatto tu,
così che non perisca
quello che hai redento con il tuo sangue,
e non perda la mia malizia
quello che ha redento la tua bontà.

Signore, Dio mio, se ho operato così da essere un reo per te,
perché non sono riuscito a fare
ciò per cui sarei un servo per te?
Se dunque ho perso la mia innocenza,
forse che per questo ho perso la tua misericordia?
Se ho commesso ciò per cui potresti condannarmi,
forse che tu hai perduto
ciò per cui mi puoi salvare? (cf. Gb  9,28 Vulg.).

È vero, Signore. La mia coscienza merita la condanna,
ma la tua misericordia supera ogni offesa
.

Perdonami, dunque,
poichè per la tua potenza non è difficile,
per la tua giustizia non è sconveniente,
per la tua clemenza non è insolito
perdonare chi commette il male.
Poiché mi hai creato non lasciare che mi perda,
poiché mi hai redento non condannarmi.
Poiché mi hai creato nella tua bontà,
non perisca la tua opera a causa della mia iniquità.

Riconosci in me ciò che è tuo,
e togli da me quello che è mio.
Guarda a me infelice,
tu che sei tenerezza immensa,
a me che sono scellerato,
tu che sei misericordia universale.

Infermo, mi rivolgo all’onnipotente,
ferito, corro dal medico.
Conservami la dolcezza della compassione,
tu che alla fine hai sospeso la spada della vendetta.

Cancella il gran numero dei miei peccati,
rinnova la moltitudine delle tue misericordie
.
Benché io sia immondo, tu puoi mondarmi,
benché io sia cieco, tu puoi illuminarmi,
benché io sia malato, tu puoi guarirmi,
benché io sia come morto tu puoi risuscitarmi.
Comunque sia, buono o cattivo, sono sempre tuo.

Se tu mi scacci chi mi accoglierà?
Se tu mi disprezzi chi volgerà su di me lo sguardo?
Tu puoi rimettere più di quanto io possa commettere,
puoi perdonare più di quanto io possa peccare
.

Non mi opprima un piacere nocivo,
almeno non mi opprima un’abitudine perversa.
Preservami da desideri illeciti e cattivi,
da pensieri vani, dannosi, impuri,
dalle fantasie di spiriti maligni,
dalle sozzure della mente e del corpo.

Lancelot Andrewes, Una guida per la preghiera. Preces privatae