Natale, alleanza d’amore tra Dio e gli uomini

Leggi tutto: Natale, alleanza d’amore tra Dio e gli uominiMalgrado la grotta fosse così buia e così umile, sappiamo come gli angeli, accompagnati da una moltitudine dell’esercito celeste, immersi nella luce che da essa emanava, intonavano in cielo il cantico di gloria a quel Dio che, nella sua straordinaria umiltà, ha elevato l’uomo alla sua altezza. Così vediamo come Cristo, mentre era ancora un piccolo neonato nella culla, sia riuscito ad allargare la sfera della sua nascita e la portata della sua incarnazione. Guardate come sia riuscito a raccogliere intorno a sé, nelle sue prime ore di vita, i saggi venuti dalla lontanissima Persia e i poveri pastori, che nel freddo inverno palestinese trovarono riposo e consolazione.

Da allora, attraverso le immagini della sua umiltà che sono rimaste impresse nei cuori di coloro che lo amano, Cristo non ha smesso di attirare milioni di persone, generazione dopo generazione, per comporre il suo grande corpo che presenterà, a suo tempo, a Dio suo Padre. Cristo non è nato senza difficoltà, pianti e sofferenze. Nacque in inverno, nella stagione in cui la natura è più dura. Fu come se, nascendo, Cristo fosse già stato crocifisso dalla natura trovando come luogo dove far riposare il suo corpo fragile e tenero solo un mucchietto di paglia ruvida in una mangiatoia fatta di fango …

La nascita di Cristo è un enorme avvenimento divino che ha abbracciato la terra e tutte le generazioni degli uomini. Esso è capace non solo di svegliare chi dorme rispetto alla ricerca della salvezza ma anche di risuscitare i morti putrefatti nei loro peccati! La nascita di Cristo è la testimonianza più forte ed eloquente di quanto Dio abbia amato l’uomo. Lo ha amato di un amore personale. È per questo che ha preso un corpo umano al quale si è unito e l’ha fatto suo proprio per sempre. La nascita di Cristo è essa stessa un’“alleanza d’amore” stipulata per sempre tra Dio e l’uomo. Dio si è impegnato a Betlemme nel corpo da lui assunto, che non abbandonerà mai, in un’unione con noi che supera ogni comprensione e ogni logica. È un’alleanza che sancisce la grande riconciliazione e l’unione indissolubile tra divino e umano. Con questa nascita divina e verginale è stata inaugurata un’era di intimità e di affetto straordinaria tra Dio e ogni singolo uomo. Dio ne ha parlato un giorno, rivolgendosi a Cristo come se, in lui, si rivolgesse all’umanità intera, a ogni uomo: “Tu sei il mio Figlio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto” (Mc 1,11).

La nascita di Cristo è, dunque, un’alleanza d’amore stipulata da Dio con ogni uomo, un attestato di un incredibile abbassamento sottoscritto da Dio a Betlemme, nella persona di Gesù Cristo. In lui, Dio è disposto ad abbassarsi tutte le volte chiamando l’uomo all’amore e all’unione con lui. Nascendo, Cristo non ha offerto un modello temporaneo di amore che unì Dio a noi a Betlemme e che sarebbe finito con il compiersi del Natale. Si tratta, invece, di uno spazio divino aperto, illimitatamente, a tutti gli uomini e che non smetterà di restare aperto fino a che “tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato … perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17,21.26).

 Matta el Meskin, L’umanita di Dio. Meditazioni sull’incarnazione

L’umanità intera diviene madre

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Alla vergine Maria è stato consegnato per prima il mistero del Natale. Per noi, la Vergine rappresenta un modello straordinario di ciò che significa la vocazione. Dio la scelse per santificarla e lei accolse la vocazione alla santità e alla pienezza. Dio non scelse la Vergine perché era santa o la donna più pura della terra, ma perché lo diventasse. Quando accolse la vocazione, si compì per lei tutto ciò che Dio le aveva promesso. In Cristo, tutta l’umanità è diventata una vergine fidanzata per essere il corpo di Dio, il tempio in cui egli dimora. Noi, oggi, siamo scelti come un tempo lo fu la vergine Maria. Dobbiamo semplicemente accogliere l’invito, credere e dire come lei: “Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38). Se l’umanità rispondesse alla voce di Dio come fece la Vergine, concepirebbe e partorirebbe Cristo per fede. L’umanità intera sarebbe una madre, non una serva, per Cristo, e Cristo, il Figlio di Dio, diventerebbe un suo figlio perché si è compiaciuto di essere figlio di tutta l’umanità, Figlio dell’uomo. La vergine Maria, quando credette a quanto le era stato detto, accogliendo la vocazione, accolse anche il Verbo di Dio. Il Verbo di Dio stesso è offerto a tutti. Chi lo accoglie ne viene santificato, Cristo si unisce a lui. Con Cristo diventa figlio di Dio, nato da Dio, dallo Spirito santo, nel corpo e dal corpo puro di Cristo.

La nascita di Cristo non deve restare esterna all’uomo. Deve invece assolutamente penetrare nel cuore, nello spirito, nei sentimenti e in tutte le nostre membra. Cristo deve abitare per la fede nei nostri cuori (cf. Ef 3,17), colmando i nostri sentimenti, le nostre emozioni, la nostra memoria, la nostra consapevolezza e perfino il nostro inconscio, così che possiamo giungere alla verità del Natale, cioè all’unione del Figlio di Dio con la nostra carne. Quando meditiamo con amore sul Natale, quando ne facciamo memoria, quando lo contempliamo come qualcosa che ci riguarda personalmente, scopriamo che esso è la prima e più grande opera gratuita di misericordia che Dio ha realizzato nelle viscere dell’essere umano. Sperimentiamo la nascita di Cristo dentro di noi, la nascita della verità divina, della luce, della vista spirituale, del travolgente amore divino, la nascita della purezza, della santità, del timore di Dio che scaccia ogni orgoglio, ogni arroganza, ogni autoreferenzialità.

Quando nel nostro uomo interiore sorge il volto luminoso di Cristo, pieno di tenerezza, mitezza e umiltà, allora tutto il nostro orgoglio, tutta la nostra codardia, tutta la nostra ipocrisia vanno in fumo e il nostro silenzioso grido di dolore si placa. Allora soltanto conosceremo e capiremo il senso del Natale in noi gustando, nelle nostre viscere e nella nostra vita, la forza e la santità dell’incarnazione di Dio. Anche il nostro parlare e il nostro tacere ne usciranno trasformati.

L’esperienza di portare il Cristo in grembo è l’esperienza della pienezza umana con la quale viviamo continuamente in Dio, uniti con lui, rapiti dall’amore divino, in un’unione talamica misteriosa ed eterna che né la morte può dissolvere ne il pensiero può scuotere.

 Matta el Meskin,L’umanita di Dio. Meditazioni sull’incarnazione

Il Verbo: solidale con l’umanità

Leggi tutto: Il Verbo: solidale con l’umanitàIl Verbo incarnato “volle essere partecipe della solidarietà umana” (Gaudium et spes 32). Ma come vi è entrato se non per la porta della storia comune? Non mediante il solo gioco di attività liberamente consentite, bensì per la costrizione di una nascita che lo assegnava a prendere posto nella catena delle generazioni.

Il concilio ha visto bene che, per interessare alla persona di Gesù degli uomini divenuti maggiorenni e soggetti della propria storia, doveva mostrare loro fino a che punto egli era legato, non soltanto alla natura degli uomini, ma anche alla loro storia. Il concilio, infatti, non ha pensato che non si entra nella storia dal di fuori, per un atto di benevolenza, ma che si diventa uomini per il fatto stesso di dovere la propria origine a una storia che ci ha fatto nascere al mondo degli uomini. La storicità è la condizione nativa della persona umana allo stesso titolo che la temporalità è inerente alla sua natura intesa come “essere nel mondo”. La storia si riceve passivamente come un’eredità prima di essere liberamente assunta e per poterlo essere come un compito da realizzare. Si è fatti solidali, nel bene e nel male, della storia che ci precede prima di divenire solidali di quella che noi lavoriamo a costruire con coloro che portano il medesimo giogo. Insomma, la solidarietà si prescrive, non si inventa.

Il discorso della solidarietà ha bisogno, nel caso di Gesù, di attingere risorse dal racconto della sua genealogia che fa discendere la sua filiazione divina, come una vocazione da onorare, dalla catena delle generazioni al termine delle quali egli è riconosciuto, quando si risale la catena dal basso verso l’alto, “figlio di Adamo, figlio di Dio” (Lc 3,38). E tuttavia non c’è altro mezzo per rendere pensabile la solidarietà di Gesù con la storia umana se non quello di riconoscere che egli era tenuto a pagare un tributo alla nostra vecchia storia. La solidarietà del Figlio di Dio con noi – la sua kenosi – non consiste nell’umiliarsi fino a portare un destino al quale non sarebbe stato tenuto per necessità di nascita, essa non può emergere che dal medesimo humus dal quale emergono tutti i suoi fratelli di stirpe.

Il Figlio di Dio, venendo da Dio a noi “nella pienezza dei tempi”, era dovuto passare anche lui attraverso le vie della storia. Il Vaticano II fa apparire nuove esigenze dell’incarnazione dalla parte del tempo umano. Il Figlio inaugura la propria kenosi non spogliandosi ma caricandosi di legami che nessuno può portare se non vi è incatenato in anticipo dal destino. Il nuovo Adamo non può non nascere carico dei secoli del vecchio Adamo, come narra la sua genealogia. Il discorso della solidarietà rinvia la cristologia al racconto dell’umanità di Gesù prima di poter celebrare la sua origine eterna.

Joseph Moingt, L’umanesimo evangelico