Colui che è scelto, resta scelto

Leggi tutto: Colui che è scelto, resta sceltoMa la chiesa non è il “nuovo popolo di Dio”? Come intendere questa formula? È bene ricordare anche ciò che la Nostra aetate nel 1965 citava della Lettera ai Romani: “... essi sono israeliti, ai quali appartengono l’adozione a figli, la gloria [cioè la presenza di Dio nel suo popolo], i patti di alleanza, la legge, il culto e le promesse” (Rm 9,4). Non è detto: “a cui appartenevano”, all’imperfetto, come se si trattasse di qualcosa che è scaduto. Tutto questo è loro patrimonio, Dio non glielo ha sottratto ed è ciò che li fa vivere.

Qualunque cosa facciamo, Dio resta fedele, e colui che egli sceglie resta scelto. Noi possiamo temporaneamente allontanarci da lui, venir meno all’Alleanza, poi ritornare; egli attende pazientemente, è sempre pronto a riprendere di nuovo la sua relazione d’amicizia con ogni uomo, nel quadro della sua Alleanza. Paolo ce l’assicura: “Se noi siamo infedeli, egli resta fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Tm 2,13). Aveva già detto, a proposito del popolo di Israele: “I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,19).

Questo è anche ciò che ci garantisce che le nostre infedeltà non causeranno mai un rigetto collettivo definitivo da parte di Dio. Se avesse rigettato il popolo della prima Alleanza, perché non sarebbe stato tentato, più di una volta nel corso della storia, di rigettare il popolo cristiano sovente così poco fedele al vangelo, per ripartire da zero con un altro gruppo fino al prossimo tradimento?

Tutto ciò ci porta a comprendere quanto il popolo ebraico, così com’è, con le sue grandezze e le sue debolezze, abbia un posto speciale nella storia della salvezza di Dio, nel passato come nell’oggi, in grazia di una libera scelta di Dio. Si è lontani dall’idea di un popolo ebraico che, dopo aver svolto un ruolo di preparazione, sarebbe scomparso dalla scena …

Alla mente del credente cristiano può presentarsi un’obiezione: non abbiamo noi la pienezza della luce nel Nuovo Testamento? Che cosa abbiamo ancora da ricevere da quelli che ci hanno preceduto? Forse non abbiamo capito la Bibbia finora? Certamente, il cristiano che avesse perfettamente assimilato tutto il contenuto dell’Antico e del Nuovo Testamento (ma esiste un uomo simile?) possederebbe una ricchezza incomparabile. Ma quando Dio ha aperto ai popoli pagani il tesoro svelato dapprima a Israele, ha preso ogni popolo e ogni uomo nel suo stato primitivo e l’ha fatto progredire con pazienza di secolo in secolo. Dio prende ciascuno là dove si trova e lo conduce passo dopo passo a un livello morale e spirituale più elevato.

Così avviene ancor oggi per molti membri dei cosiddetti popoli “cristiani”. Un cristiano del nostro mondo moderno, che la domenica sente un passo del vangelo, non è sovente rimasto un pagano che Dio tenta di formare a poco a poco con la sua parola e la sua grazia? L’autore francese Péguy ha detto: “È necessaria tutta una vita perché l’acqua del battesimo versata sulle nostre fronti giunga fino ai piedi”. La stessa cosa si potrebbe estendere a un intero popolo.

Jochanan Elichaj,Ebrei e cristiani.Dal pregiudizio al dialogo

La coppia: armonia con l’universo

Leggi tutto: La coppia: armonia con l’universoGli sposi sono pieni di grazia, destinati a divenire un’autentica teofania, un’immagine visibile di Dio che si edifica secondo i principi della vita divina. “Quando il marito e la moglie si uniscono nel matrimonio essi non formano l’immagine di qualcosa di terreno, ma di Dio stesso” (Giovanni Crisostomo). E a questo punto si comprende perché la Bibbia si serva della metafora nuziale per designare il mistero del regno di Dio … Tutte le altre forme di amore possono raggiungere vette di purificazione e forza spirituale, ma restano comunque, considerate in se stesse e nella loro realtà, incomplete. L’uomo e la donna non sono due, ma un essere solo. Quindi il matrimonio riporta l’uomo all’integrità della sua natura originale. Questo comporta una rinuncia totale a se stessi: l’io non esiste più; solo il noi può essere espressione del vero io coniugale. In virtù della vita comune la distanza viene abolita, non vi è più che un solo essere. Ed è anche per questo che l’amore coniugale è l’espressione più fedele del comandamento: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19,19).

Per restare fedele a se stesso l’amore coniugale, proprio a motivo della pienezza che ha saputo creare, si riversa all’esterno, e non può non farlo. Come l’Amore che ha creato il mondo, anche l’amore degli sposi cerca un oggetto e genera il figlio. Ma ogni amore autentico è sempre preveniente e non ha che una misura: l’infinito; esso travalica sempre i propri angusti confini, si dilata e diventa “il cuore misericordioso” di Isacco di Ninive. È questo il segno dell’autentico amore, del vero matrimonio, che è agli antipodi dell’egoismo a due, o dell’egoismo familiare.

La coppia si apre al mondo e, fedele al proprio amore, entra in armonia con l’universo: “Cos’è un cuore misericordioso? È l’incendio del cuore per ogni creatura: per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni e per tutto ciò che esiste ... Il cuore si scioglie e non può sopportare di udire o vedere un danno o una piccola sofferenza di qualche creatura. E per questo egli offre preghiere con lacrime in ogni tempo, anche per gli esseri che non sono dotati di ragione ... a motivo della sua grande misericordia, che nel suo cuore sgorga senza misura, a immagine di Dio” (Isacco di Ninive).

Malgrado le inevitabili cadute, l’io coniugale oltrepassa la dimensione del tempo e risuona sempre come l’io dell’unità. Benché sia una coppia concreta quella che riceve la grazia del sacramento, è comunque da parte della chiesa, nella chiesa e per la chiesa che essa la riceve, ed è la chiesa universale nella sua interezza che presenzia a ogni celebrazione del matrimonio, perché è il sacramento dell’onni-unità, dell’unione a immagine di Cristo e della chiesa; si può dire che è il sacramento della vita nella chiesa.

Non è la chiesa che si abbassa, ma la coppia che viene innalzata alla sua misura. Se, a causa della propria debolezza, non sempre l’uomo percepisce questo legame, rimane comunque la legge che “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme” (1Cor 12,26), cioè la legge del corpo di Cristo.

Pavel Evdokimov, Il matrimonio, sacramento dell’amore

“Il tuo amore vale più della vita” (Sal 63,4)

Leggi tutto: “Il tuo amore vale più della vita” (Sal 63,4)“La tua benevolenza vale più della vita”: è il grido di giubilo dei miseri e degli abbandonati, di chi è in pena e di chi porta un peso oberante; è l’urlo di desiderio dei malati e degli oppressi; è il canto di lode dei disoccupati e degli affamati nelle grandi città; è la preghiera di ringraziamento dei pubblicani e delle prostitute, dei peccatori pubblici e privati. Bene, ma lo è davvero? No, non lo è, quantomeno non nel nostro mondo, nel nostro tempo. Lo è per lo strano mondo della Bibbia, che nella sua estraneità ci spaventa e ci irrita nella misura in cui prestiamo ancora ascolto alla sua parola e non siamo diventati insensibili alla sua realtà. Oppure questa parola non ci sembra affatto così strana? Forse crediamo che sia proprio un’autentica ovvietà? Queste cose sarebbero già del tutto entrate nella viva carne di un cristiano? No, per questo vogliamo iniziare a vedere che cosa il nostro salmo dica qui veramente e se ciò sia per noi davvero così ovvio.

Nella vita del nostro salmista è accaduto a un certo punto qualcosa di decisivo: è stato quando Dio è entrato nella sua vita e da allora la sua vita è cambiata. Non intendo dire che improvvisamente egli sarebbe diventato buono e pio, può darsi che lo fosse già da tempo. Ma in quel momento Dio stesso era arrivato e si era rivolto a lui, e soltanto il fatto che Dio gli fosse sempre accanto e che egli non se ne sia separato più, questo ha reso la sua vita così particolare. La sua esistenza è stata lacerata a metà. Qualcosa in lui si è dischiuso, egli si sente scisso, nel suo intimo si accende una battaglia che di giorno in giorno diventa più accanita e terribile ed egli sente come, di ora in ora, dal suo interno venga sradicato sempre più ciò in cui ha creduto. Egli combatte perché vorrebbe conservarlo; ma Dio, che gli sta sempre di fronte, glielo ha preso a forza e non lo restituisce. E quanto più egli perde, con tanta più forza e avidità afferra ciò che ancora gli resta; ma con quanta più forza stringe il suo possesso, con tanta più durezza Dio deve colpire e tanto più violento è il dolore nella separazione. E così si procede in una lotta a perdifiato, dove Dio vince e l’uomo cede; egli non sa ancora dove questo porterà, si vede perduto, non sa se odiare o amare colui che con tale violenza ha fatto irruzione nel suo intimo e ha distrutto la sua pace. Si fa estorcere ogni pedaggio, cede disperato alle armi di Dio. E se tutto ciò non fosse per lui così privo di speranza, queste armi non sarebbero tanto prodigiose e strane, per il fatto che esse fanno a pezzi e confortano, feriscono e tuttavia guariscono, uccidono e tuttavia ravvivano. Dio dice: “Se vuoi la mia grazia, allora fammi vincere su di te; se vuoi la mia vita, allora lasciami odiare e fare a pezzi la tua natura malvagia; se vuoi la mia benevolenza, allora fammi prendere la tua vita”. E poi ecco il momento conclusivo. Tutto è andato perduto, soltanto una cosa è rimasta all’uomo; e questa, la sua vita, egli vuole trattenerla. Ma Dio non può fermarsi, egli assalta quest’ultimo bastione. E la battaglia infuria attorno a quest’ultimo fronte; l’uomo si difende come un pazzo: “Dio non può volere questo, non può volermi prendere quest’ultima cosa, Dio non è crudele, Dio è benevolo”. E gli giunge in risposta: “Se vuoi la mia benevolenza, allora dammi l’ultima cosa che possiedi, la tua vita. Scegli!”.

Dietrich Bonhoeffer, Imparare a pregare