Il pasto sacro nelle religioni (1)

Monaci buddhisti che gustano noodles presso Shanghai nel 1931.  Fotografia di Paul De Gaston, National Geographic Creative
Monaci buddhisti che gustano noodles presso Shanghai nel 1931. Fotografia di Paul De Gaston, National Geographic Creative
di Aldo Natale Terrin
Docente di Storia delle religioni

Tutti noi ci rendiamo conto che il "mangiare" è un atto fondamentale del vivere, ma non riusciamo a scorgere e a riconoscere quelle caratteristiche "sacrali" di cui si parla tanto nella storia delle religioni. Inoltre la natura del sacrificio ci appare ancora un enigma, nonostante tutti gli studi e le ricerche che sono stati compiuti in questi ultimi decenni.
Questa "impossibilità di capire" ha una qualche ragione legata al nostro mondo: è dovuta forse anche al fatto che nella nostra società occidentale - società dei consumi per eccellenza - il cibo e il consumo di cibo è un bisogno primario come per tutti gli altri popoli di cui però non avvertiamo più l'importanza, in quanto il nostro bisogno viene soddisfatto quasi inconsciamente. Si è instaurata un'abitudine, un ritmo, che scandisce le nostre ore di pasto e di refezione in modo automatico e impercettibile. Per noi non significa più niente affermare che il cibo è importante, è un elemento essenziale della vita, perché è a nostra disposizione "come e quando vogliamo". Non si gusta ciò che è ripetitivo; quello non impegna e non costa una sforzo immediato.
Sono sicuro che i popoli delle isole Trobriand descritti da Malinowski qualche decennio fa gustavano molto di più il pesce che riuscivano a pescare in alto mare, sfidando pericoli e passando notti insonni nell'attesa della preda.
Oggi semmai ci attira soltanto la raffinatezza del cibo: un piatto speciale non ancora provato, un vino doc. Tutto il resto è monotono, diventa un piccolo rito quotidiano a cui siamo abituati e che non ci riserva se non delle leggere soddisfazioni.
Soltanto il mangiare "insieme" acquista ancora un certo valore e ci dà soddisfazione in quanto un pranzo in comune è in grado di farci sentire più vicini gli uni agli altri e serve molto a stringere un vincolo di amicizia. Più in là non si va nella società d'oggi e il fatto stesso di voler tornare a parlare del cibo, della cucina, dell'importanza del pasto quotidiano può apparire soltanto un'esercizio accademico, una speculazione. Nonostante questa situazione così standard e refrattaria a un ripensamento di un atto fondamentale del nostro esistere quotidiano cercherò qui di mettere in risalto il senso e il valore che il cibo e più in particolare, il pasto sacrificale ha avuto nella storia delle religioni per tutti i popoli e come ancora oggi nelle religioni il simbolo del cibo ha una sua rilevanza fondamentale.
Per sé, chiamare il simbolo (e un simbolo fondamentale qual è il cibo) alla produzione di senso non è agevole, in quanto il simbolo o dice da sé qualche cosa o non dice più nulla, ma allora è ridotto a segno. I nostri pasti quotidiani non sono più "simboli" ma "segni". È possibile recuperare il valore simbolico del cibo nella nostra società? Occorrerebbe rimitizzare uno spaccato della nostra vita. Un bicchiere di buon vino per noi è soltanto un bicchiere di buon vino e non è evocatore di mondi simbolici. Ma se questo bicchiere di vino è bevuto in compagnia già acquista un certo lato simbolico. Se la razionalità ha il potere di togliere il lato simbolico della vita, al punto che il nostro Hegel sosteneva che il progresso del sapere avrebbe "esaurito il serbatoio dei simboli", occorre dire che per quanto riguarda il "simbolico" del cibo la società odierna è riuscita a prosciugare gran parte di simbolicità: Però, per fortuna, il discorso di Hegel si applica soltanto a una parte limitata del nostro vivere, non alla grande simbologia che avvolge il nostro mondo esistenziale.
La storia delle religioni infatti ci porta in un mondo "rarefatto", altamente simbolico, dove il cibo è carico di valenze religiose a volte insospettabili. (continua…)