Un boccone di mondo

food map italydi Luciano Manicardi

Per andare alla radice dei rapporti tra cibo, culture e religioni occorre sostare su alcune dimensioni antropologiche del cibo e riflettere sulla valenza simbolica dell’atto di mangiare. L'atto di mangiare è un simbolo di potenza straordinaria e come tale sentito in tutte le culture e radicato nella più antica storia dell'umanità, quando l'uomo doveva trovare cibo raccogliendo o cacciando e evitando di divenire lui cibo per altri. Per l’uomo il mangiare è atto primordiale e riconoscimento iniziale del mondo. Il suo legame con la vita è essenziale da quando il bambino è feto nel ventre materno fino alla morte. L’atto di mangiare è rinvio all’attività culturale dell’uomo: implica il lavoro, la preparazione del cibo, la socialità, la convivialità. Infatti, l’uomo mangia insieme con altri uomini e il mangiare è connesso a una tavola, luogo primordiale di creazione di amicizia, fraternità, alleanza e società. A tavola non si condivide solo il cibo, ma si scambiano anche parole e discorsi nutrendo così le relazioni, ovvero ciò che dà senso alla vita sostentata dal cibo. Il mangiare implica dunque anche la creazione culturale più straordinaria: il linguaggio. Legato com’è all’oralità e al desiderio, l’atto di mangiare investe la sfera affettiva ed emozionale dell’uomo. È dunque un simbolo antropologico di pregnanza unica che coglie l’uomo nelle sue profondità più intime e nascoste e lo situa nel legame con la terra, con il cosmo, con la polis, con la società, con il mondo. "Non esiste per l’uomo un assenso più totale a tutto ciò che lo circonda dell’atto di mangiare. È il modo umano di dire il proprio sì, perché è nello stesso tempo il sì del corpo e dell’anima … Ogni boccone di pane è in qualche modo un boccone di mondo che accettiamo di mangiare"1. L’atto di mangiare rinvia l’uomo al suo essere corpo sia come bisogno che come legame con l’universo: mangiando, infatti, noi assimiliamo il mondo in noi e lo trasformiamo. Il mangiare inoltre ricorda all’uomo la sua caducità, il suo essere mortale: si mangia per vivere, ma il mangiare non riesce a farci sfuggire alla morte. In alcune visioni bibliche (cf. Is 25,6-8)2 la sparizione della morte è connessa a un sontuoso banchetto imbandito da Dio, autore della vita e vincitore della morte. Il rapporto del cibo con la vita e con la morte, fornisce il sostrato antropologico più elementare per la sua elaborazione religiosa e teologica (si pensi al fenomeno del "cibo per i morti" o all'usanza di mangiare in prossimità del tumulo presenti in diverse tradizioni religiose e popolari). Né si dimentichi che nel cristianesimo l'eucaristia è stata chiamata farmaco di immortalità. In una visione religiosa il rapporto antropologico cibo vitale - morte inevitabile, può essere superato.

Il cibo va anche preparato. Se tante religioni sottolineano la pratica virtuosa del “dare da mangiare”, questo implica ancor prima il “far da mangiare”, il cucinare. Il fare da mangiare è arte di passaggio dal crudo al cotto, dalla natura alla cultura; è lavoro, e può divenire capolavoro. E cucinare per qualcuno equivale a dire: “Io voglio che tu viva”, “Io non voglio che tu muoia”. Far da mangiare è la più concreta manifestazione di amore. E di amore divenuto quotidianità. Se tra gli umani esiste un amore incondizionato questo è quello della madre nei confronti del proprio figlio e la madre non solo dà il cibo, ma è il cibo per il figlio, perlomeno fino allo svezzamento. Il rapporto con la madre ricorda che chiunque venga al mondo fa esperienza di altri che gli danno da mangiare e che ogni cucciolo d’uomo deve imparare gradualmente a nutrirsi da sé, a mangiare da solo. Ma ricorda anche la dimensione affettiva del mangiare. Léo Moulin ha scritto che noi amiamo mangiare ciò che nostra madre ci ha insegnato a mangiare, che a noi piace ciò che piace a lei: "Non solo mangiamo ciò che nostra madre ci ha insegnato a mangiare, ma tale cibo ci piace e continuerà a piacerci per tutta la vita, proprio perché mangiamo con i nostri ricordi … Anzi, noi mangiamo i nostri ricordi, perché ci danno sicurezza, così conditi di quell’affetto e di quella ritualità che hanno caratterizzato i nostri primi anni di vita”3.

Mangiare è un arte: sa mangiare chi è all’altezza della propria umanità. “Gli animali si pascono, l’uomo mangia; solo l’uomo intelligente sa mangiare”4. Ma mangiare richiede tempo e capacità di relazione e comunione. La cultura del fast-food esige che si mangi in fretta e da soli, in anonime mense, in piedi in uno snack bar, o utilizzando pasti preconfezionati e cibi surgelati. Perché anche il preparare da mangiare richiede tempo. In una cultura della globalizzazione nemica del tempo e dello spazio, che erode i limiti e abbatte i confini, si tende a velocizzare i tempi di preparazione dei cibi e a staccarli definitivamente da un territorio, da una dimensione regionale per omologarli e renderli disponibili a New York come a Hong Kong, a Milano come a Mosca. Il cibo poi spesso non è ricevuto, ma preso, scisso da una relazione con chi lo prepara e lo prepara per me. Impersonalità, individualismo, fretta, e anche perdita del gusto, stanno uccidendo l’arte del mangiare e del fare e dare da mangiare. Sintomi di questa scissione del mangiare dal suo fondamento umano e relazionale sono le disarmonie e le patologie in rapida crescita nei paesi occidentali, in cui comunque vi è abbondanza di cibo e di denaro per acquistarlo: obesità, anoressia, bulimia, disturbi alimentari di vario tipo. Nella carenza come nella sovrabbondanza di cibo, si gioca l’umanità delle persone e la loro dignità.

1 G. Martelet, Genesi dell’uomo nuovo. Vie teologiche per un rinnovamento cristiano, Queriniana, Brescia 1976, pp. 31.33.

2"Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti. Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto; la condizione disonorevole del suo popolo farà scomparire da tutto il paese, poiché il Signore ha parlato".

3 L. Moulin, L’Europa a tavola, Mondadori, Milano 1993, pp. 12-13.

4 A. Brillat-Savarin, Fisiologia del gusto, Biblioteca Ideale Tascabile, Milano 1996, p. 23.