Comunicato stampa conclusivo

XVIII Convegno Ecumenico Internazionale di spiritualità ortodossa
COMUNIONE E SOLITUDINE NELLA TRADIZIONE ORTODOSSA
Bose, 8-11 settembre 2010
in collaborazione con le Chiese Ortodosse

XVIII Convegno Ecumenico InternazionaleCOMUNICATO STAMPA CONCLUSIVO

Monastero di Bose, 8-11 settembre 2010

Bose, 20 settembre 2010

“Comunione e solitudine” è il binomio attorno a cui si sono svolti i lavori della XVIII edizione del Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, che si è tenuto presso il Monastero di Bose, dall’8 all’11 settembre 2010. Organizzato in collaborazione con le Chiese ortodosse, da quasi vent’anni il convegno rappresenta un’importante occasione di dialogo sui temi essenziali della vita spirituale, dove le tradizioni dell’Oriente e dell’Occidente cristiani intersecano le attese profonde dell’uomo contemporaneo. L’itinerario del convegno, in quattro intense giornate di studio e confronto fraterno, ha riflettuto su come l’esperienza spirituale delle Chiese d’oriente può ancor oggi offrire una parola di senso alla ricerca e alle attese degli uomini contemporanei.

Ai lavori del convegno hanno preso parte teologi, storici, filosofi, studiosi e rappresentanti ufficiali al più alto livello delle Chiese Ortodosse, della Chiesa Cattolica, e delle Chiese della Riforma, insieme a numerosissimi altri iscritti.

I messaggi delle Chiese

Nel suo caloroso indirizzo di saluto ai partecipanti, il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I ha ricordato la qualità profetica per l’unità dei cristiani della vita cenobitica ed eremitica, che non cessa di essere presente in tutte le chiese. Il monaco, colui che è “separato da tutti e unito a tutti”, secondo il detto di Evagrio, e che è sempre “con gli altri pur non essendo insieme agli altri” (Barsanufio e Giovanni di Gaza), è una memoria vivente dell’insegnamento che “la solitudine e il silenzio” offrono per “entrare in relazione ed essere in comunione con gli altri”.
Il messaggio del patriarca di Mosca Kirill I ha rilevato a sua volta come le dimensioni di solitudine e comunione trovino un modello di armonica compenetrazione nella vita stessa di Gesù come ci è consegnata dalla narrazione evangelica. Papa Benedetto XVI, nel messaggio pervenuto al convegno per il tramite del Cardinal Tarcisio Bertone, ha invitato “a contemplare in Cristo il perfetto modello di armonia tra comunione e solitudine, in cui personalmente sussiste Dio Uno e Trino”.

I numerosissimi messaggi inviati dai capi ed esponenti delle Chiese ortodosse (ricordiamo ancora il metropolita Volodymyr di Kiev e di tutta l’Ucraina, il metropolita Filaret, esarca patriarcale di Bielorussia, l’arcivescovo di Atene Ieronimos, il Catholicos di tutti gli Armeni Karekin II, il rettore dell’Accademia di Kiev Arcivescovo Antonij, dall’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, dal segretario del Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, Olav Friske Tveit, e da presidenti di importanti organismi della Chiesa cattolica (l’Arcivescovo Kurt Koch, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana), sono stati in gran parte convergenti nel sottolineare la dimensione universalmente umana di un equilibrio spirituale tra solitudine e comunione, che nell’esperienza cristiana, e in particolare monastica, trova una possibile realizzazione.

I lavori del Convegno

“È difficile vedere Cristo in mezzo alla folla ? scriveva Agostino ?; ci è necessaria la solitudine. Nella solitudine, infatti, se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere. La folla è chiassosa; per vedere Dio ti è necessario il silenzio”. Imparare ad abitare la solitudine ? quel faccia a faccia con se stessi che ogni uomo conosce ? significa al tempo stesso imparare ad abitare lo spazio delle relazioni con gli altri, acquisire un cuore ospitale che sappia ascoltare l’altro. La solitudine è correlativa alla comunione.

Ponendosi in ascolto della Scrittura e dell’insegnamento dei padri (da Basilio a Isacco il Siro, dai padri del deserto a quelli del monachesimo bizantino e russo), ma anche interrogando la riflessione del pensiero filosofico e teologico dell’oriente cristiano e la sapienza di alcune grandi figure spirituali dell’ortodossia, il simposio ha cercato di riscoprire la relazione feconda di questi due poli costitutivi del vivere umano.

Dopo i saluti al convegno del priore di Bose, Enzo Bianchi, e la lettura dei messaggi pervenuti, la relazione di apertura del vescovo Irinej di Bačka (Novi Sad) su Chiesa ed esperienza monastica ha sottolineato il radicamento ecclesiale del movimento monastico. La compenetrazione tra solitudine e comunione, ha osservato Petros Vassiliadis (Comunione e solitudine: elementi biblici)è una costante nella Scrittura da un lato, e nel corso della storia della chiesa dall’altro, dove due tendenze sembrano contrapporsi, sull’asse orizzontale del popolo chiamato da Dio (ekklesía – liturgia – comunità/comunione) e sull’asse verticale del rapporto del singolo con Dio (monachesimo – anacoresi – eremitismo).

Un punto di equilibrio tra spinta spiritualistica (e individualista) e dimensione ecclesiale (il senso teologico della comunione) dell’esperienza monastica (ma più in generale della stessa spiritualità cristiana) è rappresentato indubbiamente nel iv secolo (non a caso l’epoca delle grandi controversi cristologiche) dalla riflessione teologica di Basilio il Grande (Michel Van Parys Comunione e solitudine secondo San Basilio di Cesarea ).

Le coordinate di “comunione e solitudine” costituiscono così lo spazio di comprensione non solo del fenomeno monastico, ma delle oscillazioni stesse della spiritualità cristiana, con modalità diverse in Oriente e in Occidente. Si sono così ripercorsi in senso diacronico gli sviluppi di queste linee di forza e le diverse dinamiche messe in campo in contesti dissimili. Un dato emerso abbastanza chiaramente, su cui si è registrata una sostanziale convergenza delle diverse relazioni, è l’arbitrarietà di una contrapposizione troppo rigida tra “eremo e cenobio”, tra vita solitaria e vita in comune. Gli schemi classificatori – che pure ricorrono anche negli scrittori antichi – risultano astratti e assolutamente inadeguati se sono intesi come il rispecchiamento rigido di una realtà spirituale viva e fluida, sempre pronta a mettere in discussione nel concreto della vita ogni approssimazione teorica affrettata. Questo vale per il monachesimo bizantino (studiato da Kriton Chryssochoidis, Cenobio ed eremo nella tradizione monastica bizantina) e per il monachesimo russo, analizzato da Tat’jana Karbasova e Tat’jana Rudi sulla base dei testi agiografici (Cenobio ed eremo nell’antica Rus’: la tradizione agiografica – secoli xv-xvii) e da Gleb Zapal’skij in relazione all’esperienza storica di Optina Pustyn’ e dello skit di San Giovanni il Precursore. L’indissolubile circolarità tra ricerca personale di Dio e apertura a una comunione cosmica è addirittura centrale nell’esperienza monastica e nell’opera di un padre fondamentale per la spiritualità dell’oriente come dell’occidente cristiani: Sant’Isacco il Siro (presentato da Sabino Chialà). La continua interrelazione tra vita solitaria e dimensione comunitaria, tra deserto e cenobio, vale infine per l’occidente, come ha ribadito padre Armand Veilleux, abate di Scourmont, nella sua relazione su Cenobio ed eremo nella tradizione monastica occidentale.

Le due dimensioni di solitudine e comunione non devono essere disgiunte, se non si vuole rischiare una pericolosa deriva. E ciò è tanto più attuale nell’orizzonte postmoderno dell’atomizzazione del soggetto. È la nozione cristiana di “persona” a permettere un’armonica composizione delle due istanze della “libertà soggettiva” e dell’“essere comunionale”. L’approfondimento che il pensiero personalistico ortodosso riserva alla concezione di persona e comunione (Konstantinos Agoras, Atene; Konstantin Sigov, Kiev), ha così introdotto la riflessione sull’oggi, proseguita con la lettura dell’esperienza spirituale di due straordinarie figure di solitari contemporanei, padre Cleopa di Sihastria (1912-1998) e padre Porfyrios di Kafsokalyvia (1906-1991), capaci di una comunione universale e cosmica, presentati al convegno dal metropolita Serafim di Germania e da Athanasios N. Papathanassiou.

La Tavola rotonda dedicata all’esperienza monastica, Vivere in comunione, vivere in solitudine, ha completato questo itinerario con l’ascolto dell’esperienza concreta della vita dei monaci contemporanei, grazie ai contributi del vescovo Nazarij di Vyborg, superiore della Lavra della Trinità di Sant’Alessandro Nevskij (San Pietroburgo), di padre Placide Deseille (monastère St. Antoine le Grand), delegato dell’igumeno del monastero athonita di Simonos Petra, dell’igumeno Damaskinos (Gavalas) del Monastero del profeta Elia di Santorini, di sr. Salome del Monastero della Panaghia di Sayde, di madre Annamaria Canopi del monastero di Isola San Giulio d’Orta, di padre Andrej (Čilerdžić) (Monastero dei Santi Arcangeli, Kovilj).

Nel contesto di quei paesi che hanno vissuto fino a tempi recenti la drammatica esperienza dell’ateismo di stato, la ricostituzione della comunione ecclesiale può incorrere nel rischio di un isolamento autosufficiente, nella chiusura settaria del ghetto. I cristiani devono saper aprire quei sistemi di relazioni interumane che tendono a chiudersi su di sé, per lasciare spazio all’energia trasfigurante dello Spirito santo che in loro e attraverso di loro vivifica il cosmo (Kirill Hovorun, Iniziazione alla comunione ecclesiale oggi: dall’isolamento all’apertura trasfigurante).

È l’energia della speranza che splende anche nell’inferno dell’isolamento e della lontananza da Dio – come hanno mostrato santi quali Serafim di Sarov o lo starec Silvano del Monte Athos. “Diventando fiamme ardenti di preghiera i solitari trasformano il mondo circostante solo con la loro esistenza, con il semplice fatto della loro segreta presenza.”(Kallistos di Diokleias, Comunione e solitudine ieri e oggi).

Le rappresentanze ufficiali delle Chiese

Un valore particolare rappresenta sul piano ecumenico la presenza delle delegazioni ufficiali delle Chiese d’oriente e d’occidente.

Per la Chiesa Cattolica sono intervenuti mons. Brian Farrell segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, insieme con p. Milan Žust s.j., don Andrea Palmieri esuor Barbara Matrecano, del medesimo dicastero; l’arcivescovo Antonio Mennini, nunzio apostolico presso la Federazione russa; il cardinale Achille Silvestrini, prefetto emerito della Congregazione per le Chiese Orientali; mons. Piero Marini, presidentedel Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali e mons. Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia e presidente della Commissione CEI per l'ecumenismo e il dialogo.

Nel corso dello svolgimento dei lavori hanno inoltre recato il loro saluto Mons. Gabriele Mana, vescovo di Biella e ordinario del luogo, a altri vescovi della Conferenza episcopale Piemontese, tra cui il suo segretario, mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea, mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, mons. Massimo Giustetti, vescovo emeritodi Biella.

L’arcivescovo Feognost di Sergijev Posad ha guidato la delegazione del Patriarcato di Mosca, composta dal vescovo Feofilakt di Brjansk e Sevsk, dallo ieromonaco Tichon (Zimin) e da padre Aleksij Dikarev. La Chiesa ortodossa di Grecia è stata rappresentata dai metropoliti Ignatios di Dimitriados, Daniil di Kessariani, Vironas e Imettos e dal vescovo Ioannis di Thermopyli.

Hanno inoltre preso parte al convegno in rappresentanza ufficiale delle loro Chiese il metropolita Serafim di Germania (Chiesa ortodossa romena), il metropolita Grigorij di Veliko Tarnovo e il vescovo Kiprian di Traianopol (Chiesa ortodossa bulgara), i vescovi Volodymyr di Roin’ky (Chiesa ortodossa ucraina), e Stefan di Turov e Mozyrsk (Esarcato di Bielorussia Patriarcato di Mosca), p. Ruben Zargaryan (Chiesa apostolica armena), delegato del Catholikos di tutti gli armeni Karekin II; l’archimandrita Athenagoras (Fasiolo) (Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e di Malta), il canonico Hugh Wybrew, delegato del vescovo di Canterbury Rowan Williams e la dr. Tamara Grdzelidze delegata delConsiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra. Da segnalare inoltre  la presenza del prof. Anatolij Krasikov di Mosca, del prof. Spyridon Kontoyannis dell’Università di Atene, del prof. Pantelis Kalaitzidis di Volos, del prof. Gelian M. Prochorov dell’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo.

Il programma del convegno è stato elaborato in collaborazione con le chiese ortodosse dal comitato scientifico presieduto da p. Enzo Bianchi, e composto da p. Hervé Legrand (Paris), p. Michel van Parys e dai prof. Antonio Rigo (Università di Venezia) e Roberto Salizzoni (Università di Torino).

Il percorso tracciato ha voluto così offrire uno spazio di incontro fraterno tra le diverse chiese cristiane, di comunione e condivisione delle loro multiformi tradizioni spirituali, come ha mostrato anche la straordinaria adesione di  numerosi monaci e monache, provenienti da monasteri ortodossi (Grecia, Russia, Bulgaria, Romania, Monte Sinai, Georgia, Armenia) e  cattolici (Belgio, Francia, Italia, Svizzera, Ungheria). Il convenire attorno al comune ascolto della Parola e del fratello ― ha ricordato nelle Conclusioni fr. Adalberto Mainardi ― testimonia così che la solitudine e la comunione sono in realtà “un’arte agapica, l’arte di vivere l’amore concretamente, quotidianamente ? all’interno della fraternità monastica, ma anche e soprattutto all’interno della chiesa e tra la chiese, e nell’insieme della comunità umana”.

Al termine del Convegno, il priore di Bose Enzo Bianchi, dopo i ringraziamenti, ha annunciato le date del prossimo Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa (7-10 settembre 2011), e il possibile tema, la “Scrittura nella vita spirituale” secondo la tradizione ortodossa.

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