Silvano, il santo che leggeva nel grande libro del cosmo


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Così Silvano cominciò la sua vita di monaco devotissimo. Lavorava al mulino, dove produceva ogni giorno più di otto quintali di farina. Era quasi analfabeta: ascoltava le lunghe prediche nella cappella del monastero; quelle prediche erano imbevute di immagini e idee della grande tradizione mistica bizantina; ed egli prese a leggere i testi originali. In primo luogo, Isacco di Ninive e Simeone il Nuovo Teologo: poi gli Apoftegmi dei padri del deserto, La scala del Paradiso di Giovanni Climaco e i testi di un mistico russo del diciannovesimo secolo, Serafino di Sarov. Sentì il bisogno di stendere per iscritto la folla di pensieri che gli tumultuava nella mente: riempiva foglietti, lettere, annotazioni in margine ai libri o ai cataloghi di fiori. Non componeva veri e propri saggi, sebbene Il lamento di Adamo sia un capolavoro letterario. Ora tutte le pagine di Silvano dell' Athos sono raccolte in un libro, {link_prodotto:id=1021}, ottimamente tradotto da Adalberto Mainardi (Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, pp. 324, 25). La stessa casa editrice ha pubblicato {link_prodotto:id=451} di Jean-Claude Larchet (pp. 398, 22).

La mistica di san Silvano era una mistica della perdita, non della presenza della grazia di Dio. La figura fondamentale del suo mondo era Adamo. In paradiso, Adamo aveva conosciuto la dolcezza dell' amore divino; e, dopo essere stato cacciato, soffriva amaramente e levava profondi gemiti. Le lacrime gli scorrevano sul volto, gli bagnavano il petto, e il deserto ascoltava i suoi lamenti. Il freddo e la fame lo torturavano: gli animali e gli uccelli, che in paradiso lo avevano amato, ora avevano paura di lui e fuggivano davanti ai suoi passi. L' anima di Adamo era tormentata da un solo pensiero: «Ho fatto soffrire il Dio che amo». Non piangeva per la bellezza del paradiso perduto, ma perché aveva ferito l' amore di Dio, che continuava ad attrarre la sua anima fino in cielo.

Ora Adamo viveva soltanto di nostalgia. Languiva senza posa per Dio, lo pregava giorno e notte, perché il nome del Signore era dolce e dolcemente desiderato. Cercava insaziabilmente di vedere l' Invisibile e di afferrare l' Inafferrabile. Quando il Signore lo visitava e fuggiva, egli lo cercava: «Dove sei mia luce? Dove sei mia gioia? La tua impronta effonde profumi nella mia anima, ma tu non ci sei, e la mia anima ha nostalgia di te. Perché mi hai nascosto il tuo volto? Da lungo tempo la mia anima non ti vede, e langue per te e ti cerca in lacrime. Dov'è il mio Signore? Perché non ti vedo nella mia anima? Cosa ti impedisce di vivere in me?». La condizione della nostalgia di Dio era la più alta che l' uomo potesse conoscere: la aveva conosciuta Adamo; ma, per san Silvano e gli uomini moderni, era una condizione terribilmente difficile da conservare. La nostalgia li abbandonava: tutto diventava vuoto e deserto; ed era impossibile sopportare la vita.