Silvano, il santo che leggeva nel grande libro del cosmo


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Come la preghiera, l' amore non aveva fine. San Silvano aveva vissuto a lungo sulla terra, e amava la bellezza terrena: il cielo e il sole, i giardini e il mare e i fiori, i boschi e i prati, e la musica, e tutto ciò che sulla terra gli dava gioia. Viveva in una condizione di perenne felicità pasquale: «Ogni cosa è buona: il mare magnifico, la gente amabile, la natura amabile, il corpo leggero». Come Serafino di Sarov, era convinto che il primo libro scritto da Dio fosse il cosmo; e avrebbe voluto allontanarsi dal monastero per nascondersi nella foresta, tra gli orsi, le volpi, le lepri, dando ai luoghi vicini i nomi delle località evangeliche per rivivere mentalmente la vita del Salvatore. Aveva compassione per ogni creatura vivente. Una volta che uccise una mosca, pianse per tre giorni e per tre notti, scorgendo in quell' insetto quasi ripugnante le figure di tutti gli esseri umani e animali e vegetali che Dio aveva creato. «Verde è la foglia degli alberi - si rimproverò aspramente - e tu l' hai strappata senza nessuna ragione».

Non dobbiamo meravigliarci se quest' uomo, che amava le foglie e le mosche, ci abbia dato una delle più tremende descrizioni dell' inferno in cui vive l' uomo: in tutti i tempi, e specialmente nei tempi moderni. Immaginava che i demòni riempissero la sua cella con le loro immense figure: per evitarli, si voltava prostrandosi davanti alle icone, e i demòni si collocavano dinanzi a esse, aspettando che egli si inchinasse. Gli dicevano: «Tu ora sei santo», oppure: «Tu non sarai mai salvato». Dio gli aveva dato un senso acutissimo del peccato: gli aveva fatto conoscere la sua essenza sottile con una tale penetrazione e intensità, che gli sembrava di vivere tra le fiamme e i tormenti dell' inferno, perfino lì, nel santo monastero del Monte Athos. All' improvviso, si accorgeva che aveva perso la grazia: l' anima si sentiva rifiutata, cacciata, gettata via, immersa nelle tenebre. Diceva: «Dove sei, Signore, perché mi hai abbandonato?». E ricordava una frase di Giovanni Climaco: «Le sofferenze di coloro che hanno perduto la grazia sono molto superiori a quelle dei condannati a morte, e di coloro che piangono i propri morti».

Proprio in quel momento estremo, presso l' abisso della perdizione, Dio gli diceva: «Tieni la tua mente agli inferi, e non disperare». San Silvano sapeva che la nostra condizione abituale è il peccato, la tragedia, l'inferno. Ma nulla era più grave che essere offuscato dalla disperazione, dicendo a se stesso: «Non mi salverò». In qualsiasi luogo egli abitasse, anche nel punto più lugubre e profondo dell' inferno, scendeva l'alito della speranza, il soffio quieto e indomabile della carità cristiana.

 Corriere della Sera, 27 marzo 2012
di PIETRO CITATI

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