Silvano, il santo che leggeva nel grande libro del cosmo


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Così, a san Silvano, non restava che una soluzione: abitare nell' umiltà, che è il cuore metafisico del Cristianesimo; se Cristo si era incarnato ed era morto sulla croce per umiltà, egli doveva imitarlo, senza sosta né fine. Quando riusciva a essere umile, come gli chiedeva Gesù, la sua vita diventava lieve e gioiosa, tutte le cose erano care allo spirito, la quiete, la pace e il ristoro discendevano nell' animo affaticato e aggravato. Silvano vedeva nell' onda della ripetizione una forza musicale e consolatrice; e non fece che ripetere sino all' ultimo giorno due versetti di Matteo, sempre eguali o lievemente variati, come se contenessero tutto il significato del Cristianesimo.

Quando san Silvano pregava, la preghiera veniva svuotata di ogni contenuto e di ogni significato preciso; e si riduceva alla semplice affermazione e ripetizione del nome e della presenza di Cristo. Come quella dei mistici Sufi, che si riduceva anch' essa all' affermazione dell' esistenza di Allah. Il fedele diceva: «Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me». Nient' altro che queste nude parole. Ma questa preghiera non doveva smettere mai: continua, incessante, come è continua la presenza di Cristo nel mondo. Secondo Isacco di Ninive, san Paolo aveva detto: «Lo spirito, quando abita nell' uomo, non smette di pregare: prega continuamente». «Allora - Isacco aveva aggiunto - nè quando dorme nè quando è sveglio la preghiera del fedele cessa nella sua anima; ma, sia che mangi, sia che beva, sia che dorma, sia che faccia qualcosa, e perfino quando è immerso nel sonno, le esalazioni della preghiera si levano nel suo cuore senza fatica. Allora ha ottenuto la preghiera non per un periodo limitato, ma sempre; e quando è finita di fuori, essa è celebrata nel suo segreto».

Mentre san Silvano pregava, il cuore diventava tenero, umido. Gli occhi si riempivano di lacrime soavi: una sorgente, un fiume incessante. Giovanni Climaco ricordava che la perfezione consisteva nel piangere quando si prega: cioè sempre. Le lacrime discendevano dagli occhi del fedele come acque di torrente: mescolandosi alle preghiere, alle letture, alla meditazione, al cibo e alla bevanda. Il fedele - diceva Simeone il Nuovo Teologo - è «una sorgente che sgorga»: acqua viva, che danza e balza sempre e innaffia le anime con profusione, e come da una cisterna si rovescia su coloro che sono vicini e coloro che sono lontani, e fa traboccare le anime che ricevono la parola con fede. Non erano soltanto lacrime di pentimento e di compunzione. Dapprima lacrime di tristezza, rade e amare, poi sempre più abbondanti, sempre più dolci, vera e propria «rugiada celeste», che si trasformava in un radioso pianto di gioia, come se la gioia fosse la sostanza stessa del dolore cristiano. Era la grazia: questa fontana, diceva Giovanni, «che zampilla in noi fino alla vita eterna».