Imparare a discernere

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La XXVI edizione del Convegno internazionale di spiritualità ortodossa (Bose, 5-8 settembre 2018), organizzato dalla comunità di Bose in collaborazione con le Chiese ortodosse, si è concentrata sul tema del discernimento, “elemento proprio della vita della Chiesa, preziosissimo dono del Dio suo fondatore”, come lo ha definito Sua Santità Bartolomeo di Costantinopoli nel suo saluto augurale.

La prolusione di Enzo Bianchi, fondatore del Monastero di Bose e presidente del comitato scientifico, e la relazione del vescovo Irinei di Sacramento (Chiesa ortodossa russa fuori frontiere) sono state le porte d’ingresso per i cammini di approfondimento che si sono intrecciati nel corso del convegno: il primo commentando l’invito evangelico a discernere i segni dei tempi, il secondo aprendo alla dimensione ecclesiologica del discernimento, attraverso il pensiero di Ireneo da Lione.

L’evento stesso dell’incontro di Bose, cui hanno partecipato metropoliti, vescovi, monaci e monache, teologi e teologhe appartenenti a tutte le chiese ortodosse, alla chiesa cattolica, alle chiese della tradizione della Riforma, è stata un’occasione di riflessione sul tempo che stiamo vivendo, interpretato alla luce della Parola di Dio e attraverso la sapienza della tradizione della chiesa indivisa.

Nella nostra era dell’accelerazione, in cui passato e futuro sono assoggettati alla tirannia del momento, “l’autentico discernimento”, ha ricordato papa Francesco nel suo messaggio al convegno, “richiede di educarsi alla pazienza di Dio e ai suoi tempi, che non sono i nostri”. Nel telegramma, pervenuto per il tramite del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, il papa ha esortato a cercare insieme quei “criteri di discernimento personali e comunitari necessari per raggiungere la conoscenza e la volontà di Dio, nella quale risiede ogni pienezza di vita”. Se l’esercizio del discernimento tocca anzitutto la vita personale del cristiano, questa operazione, spesso difficile e faticosa, deve estendersi anche alla vita ecclesiale, alle relazioni tra le chiese, al tempo che viviamo. È nella costante interrelazione tra queste due dimensioni, personale e comunitaria, verso l’interiorità e verso lo spazio pubblico, che le relazioni presentate al convegno hanno interrogato le vie del discernimento nella Scrittura, nella tradizione dell’oriente cristiano e dei padri monastici, nel confronto con le scienze umane e gli eventi della storia.

La condizione umana essenziale d’essere posti davanti a una scelta, espressa nel mito greco di Ercole al bivio, va posta in relazione con la Scrittura, in cui Dio rivela a Israele il suo costitutivo essere di fronte a un’opzione: “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione”. Il comandamento di Dio è sempre per la vita: “Scegli dunque la vita, perché tu viva … amando il Signore, tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui” (Dt 30,15-16.19-20).

Occorre scegliere. Il discernimento è precisamente quest’arte della scelta, per “discernere il tempo presente, il kairós nel quale Dio opera e parla, il tempo della decisione” (E. Bianchi). C’è un soggetto del discernimento: è la persona e la sua libertà. La scelta avviene in quel luogo segreto che la Bibbia chiama il cuore umano, che è la coscienza.

Soggetto del discernimento è però anche la comunità, che – come narrano gli Atti – nel tempo dell’attesa del ritorno del Signore, è chiamata a discernere sinodalmente la volontà di Dio, con l’aiuto dello Spirito santo che opera in sinergia con il corpo ecclesiale, ma senza mai sostituirsi all’agire umano.

Ma c’è un oggetto del discernimento: il Cristo stesso. Se nel vangelo il Signore chiede di discernere, di riconoscere il tempo (kairós) della sua presenza (Lc 12,56-57), Paolo chiederà di discernere il corpo del Signore nella comunità che celebra l’eucaristia (1Cor 11,28). È proprio su questo fondamento biblico, in cui convergono Antico e Nuovo Testamento, che la tradizione cristiana antica con sant’Ireneo ha potuto fornire dei criteri guida per discernere l’unità della chiesa: accogliendo la diversità e la pluralità, suscitate dallo stesso Spirito, ma escludendo quella proliferazione intellettuale (la gnosi) che finiva per negare l’unicità di Gesù di Nazaret, come ha messo in luce la relazione del vescovo Irenei (Steenberg).

Questo discernimento ecclesiale, che ha dato forma alle decisioni dei concilii ecumenici, deve essere sempre di nuovo esercitato oggi, nel tempo in cui le chiese sono impegnate sul cammino dell’unità: occorre discernere insieme la verità, nel dialogo teologico, per riconoscere la comune fede battesimale nel Cristo, superando le divisioni create nella storia da incomprensioni linguistiche, culturali, politiche (Vasiliki Stathokosta).

Analogamente, il principio teologico dell’“economia” non stabilisce una “deroga” all’esattezza (akribía)dei canoni ecclesiastici, ma indica il discernimento con cui tutta la tradizione canonica deve essere interpretata per corrispondere alla missione salvifica della chiesa. Questo principio è di grande importanza nel tempo presente, in cui con sempre maggior urgenza le chiese sono interpellate dalle nuove frontiere degli interrogativi etici (Patriciu Vlaicu).

Sul piano della formazione della persona, “senza discernimento non si ha altro punto di riferimento se non le proprie opinioni, e il risultato sarà inevitabilmente un comportamento autodistruttivo” (Kyriaki Fitzgerald). I maestri spirituali cristiani hanno insegnato le vie del discernimento dei “pensieri” (in greco loghismoì, in latino cogitationes), che distolgono la mente dalla ricerca di Dio e la rendono prigioniera di un’illusoria immagine di se stessa: “La protezione più sicura per il nostro tesoro è che ci conosciamo: ognuno di noi deve conoscere se stesso così com’è, così da non proteggere inconsciamente qualcosa di diverso da sé” (Gregorio di Nissa, Omelie sul Cantico dei Cantici). Il convegno ha esplorato come l’accompagnamento spirituale può operare con la psicologia e le scienze umane, ma anche i rischi – non sconosciuti alla tradizione – di deviazioni e fallimenti, dove non è salvaguardata la libertà della persona. “Finché un atto non concorda con la coscienza non è genuino ma, ironia della sorte, è una semplice illusione dei demoni”, scriveva già Barsanufio di Gaza.

La via della consapevolezza e dell’autenticità nella chiesa oggi, a tutti i livelli, passa per l’esercizio di una dolcezza spirituale, di un’umile sensibilità verso le motivazioni altrui: è la via della sinodalità, di un “camminare delicatamente insieme, che è al cuore del dono del discernimento”, come ha sottolineato John Chryssavgis.

Discernere il tempo significa aprire un futuro, non condannarsi al passato. Apprendere l’arte del discernimento è imparare a sperare e ad avere fiducia, in Dio e nell’essere umano.