Un dono di Dio

c4c6720941c268ad03f2577a0a6c7839.jpg

Lettera agli amici - Qiqajon di Bose n. 75 - Avvento 2023

pdfFORMATO DIGITALE

Notizie dalla comunità

Notizie dalle fraternità

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio” (Lc 2,1-7).

A Natale celebriamo il mistero dell’incarnazione: il Dio fattosi uomo, la venuta in mezzo a noi di Colui che era fin da principio. Ma spesso ci sfugge la portata concreta di questa “incarnazione”, il fatto che è avvenuta in un luogo e in un tempo precisi, obbedendo a quelli che erano i ritmi e le leggi del tempo, grazie al “sì” di una giovane donna di Galilea e alla silenziosa obbedienza di un uomo posto di fronte a un evento più grande di lui. Ora i Vangeli di Matteo e di Luca nei primi capitoli dedicati alla nascita e all’infanzia di Gesù ci testimoniano in modo diverso ma convergente che la concretezza dell’incarnazione assume i tratti di una vicenda segnata dalla dolorosa esperienza della migrazione. Luca parla di un viaggio obbligatorio che Giuseppe e Maria dovettero sostenere per obbedire a una legge volta a soddisfare un desiderio imperiale di “contare” l’estensione del proprio potere sugli altri esseri umani. Un viaggio reso particolarmente fati- coso per la gravidanza di Maria, un viaggio in cui la precarietà di una vita semplice varca la soglia della povertà estrema, al punto da fare di quella coppia con il loro neonato dei “senza dimora” (cf. Lc 2,1-7). Matteo ci testimonia che quella condizione si muterà ben presto in un’al- tra ancora più tragica: quella di profughi in fuga dalla persecuzione di un potente, di esuli in attesa di un ritorno nella terra che aveva- no dovuto abbandonare non di propria volontà. Nessuno infatti, oggi come allora, lascia spontaneamente la propria terra se non per cerca- re altrove maggiori possibilità di vita e di futuro per sé e per i propri figli (cf. Mt 2,13-23).

Celebrare il Natale, allora, può voler dire anche riflettere non tanto sul “fenomeno” – e ancor meno sulla “emergenza” – delle mi- grazioni, quanto piuttosto sulle persone che migrano e sul nostro rapporto con loro. Si tratta infatti di persone e non numeri, uomini e donne in carne e ossa e non braccia, aneliti e non minacce. E sono queste persone, che insieme compongono il fenomeno “immigrazione”, a interpellarci come battezzati e come comunità cristiana al cuore della società. Ci interpellano innanzitutto sulla nostra capacità di empatia, sul silenzio scandaloso che ormai avvolge i respingimenti alle frontiere e i naufragi in mare, sul venire meno dell’indignazione per la dignità umana calpestata e sull’affievolirsi della solidarietà verso questi “fratelli e sorelle più piccoli” (cf. Mt 25,40) nei quali Cristo è presente, soffre e muore.

Una lettura che cerchi di cogliere il “segno dei tempi” che l’immigrazione costituisce per la Chiesa e la società italiane non può infatti prescindere da questa “incarnazione”, dalle persone, dai loro bisogni e dal loro vissuto. E siccome la dimensione religiosa, spirituale e di fede è parte essenziale del vissuto delle persone, prese singolarmente e come comunità, lasciarsi interpellare dai migranti significa anche cogliere le ricadute e le sfide che suscitano sul piano del confronto tra le Chiese cristiane, le altre comunità religiose e la società civile. È qualcosa di più ampio e profondo del “dialogo”, ecumenico o interreligioso che sia: è una realtà che non solo invita e sollecita ciascuna religione o confessione a dialogare con le altre, ma le interpella a livello della loro identità, del modo in cui “rendono conto della speranza che le abita” (cf. 1Pt 3,15), di come si pongono nello spazio pubblico, della loro capacità di annuncio e di testimonianza. In particolare gli interrogativi che l’arrivo, l’accoglienza, la permanenza, l’integrazione di tante persone immigrate pone alle Chiese in Italia – a cominciare da quella cattolica, tuttora ampiamente maggioritaria – possono essere letti come problemi oppure come opportunità, ma non possono in alcun modo essere ignorati.

Vi è innanzitutto una sfida nella comprensione e nel discernimento delle implicazioni religiose che la presenza di persone immigrate com- porta: costoro costituiscono infatti un mondo estremamente variegato sia per paesi di provenienza che per culture e sfere religiose di appartenenza. Non tutti coloro che provengono dal Medio Oriente sono arabi; non tutti i musulmani sono arabi; non tutti i cristiani dell’Europa orientale sono ortodossi; quanti provengono dall’enorme continente asiatico o da quello africano non hanno necessariamente comuni de- nominatori di tipo religioso; i cattolici provenienti dall’America Latina o dalle Filippine sono portatori di istanze diverse; i paesi da cui provengono le persone immigrate hanno leggi, usi e tradizioni molto differenziate anche per quanto riguarda il posto e i diritti della religione nella società; gli italiani di seconda o terza generazione – o quanti sono ancora ingiustamente privati della cittadinanza italiana – hanno di- ritti e suscitano problematiche altre rispetto alla generazione che li ha preceduti.

Ne consegue un pressante invito alla consapevolezza di quale sia l’effettiva presenza, testimonianza e annuncio del Vangelo in una società che possiamo ormai definire, anche in Italia, postcristiana. Da tempo nemmeno la Chiesa cattolica può più contare su “rendite di posizione”, essendo in atto un estraniamento del cristianesimo rispetto alla cultura del paese che ci colloca in un tempo e una condizione “sospesi”: strutture, istituzioni, istanze, associazioni, “luoghi” fino a qual- che decennio fa ancora rappresentativi e funzionali a un preciso mondo culturale e religioso oggi si assottigliano e non paiono più in grado di garantire con efficacia la trasmissione di determinati contenuti. Nuove vie, strutture e modalità di tradurre il messaggio evangelico in un linguaggio comprensibile agli uomini e alle donne del nostro tempo non sono ancora sufficientemente collaudate, mentre quelle precedenti non funzionano più a dovere, anche a causa della loro stessa mole pesante- mente inadeguata a seguire dinamiche più snelle.

Questo estraniamento culturale, che alcuni chiamano efficacemente “esculturazione”, pone la stessa Chiesa cattolica in una posizione di minoranza nella società: posizione ben nota alle Chiese sorelle, ma alla quale il cattolicesimo italiano non è abituato e forse nemmeno preparato. Ora proprio l’accentuata compresenza di comunità religiose da sempre fortemente minoritarie nel nostro paese, così come di cristiani provenienti da paesi in cui le Chiese cristiane sono sparute minoranze a volte osteggiate se non perseguitate, dovrebbe sollecitare una ben di- versa attenzione verso tutte le problematiche relative alla presenza delle religioni nello spazio pubblico.

Ma le sfide – problemi o opportunità? – che i migranti pongono alla Chiesa italiana a livello ecumenico e interreligioso riguardano an- che aspetti che toccano in profondità la sua stessa identità: la dimensione dell’evangelizzazione e della missione, le scelte pastorali, la comunicazione e il linguaggio, anche liturgico, la ritualità personale e collettiva – si pensi per esempio alle festività, ai tempi di digiuno o di sobrietà... – sono tutti ambiti in cui la “provocazione” dell’immigrazione interpella Chiese e società civile.

La conoscenza dell’altro è sempre stata indispensabile per un effi- cace annuncio del messaggio evangelico e per una testimonianza credibile, ma per tanto tempo in Italia “l’altro” – ad eccezione di sparute minoranze storiche – era al massimo l’ateo o l’agnostico, quasi sempre considerato singolarmente, non come gruppo costituito e socialmente individuabile. Ora invece la Chiesa cattolica è chiamata, grazie all’immigrazione, a confrontarsi con un’alterità religiosamente strutturata e a farlo nel quotidiano, non solo in rare occasioni celebrative. In questo senso, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso non possono più essere affare per pochi, piccole nicchie per addetti ai lavori più o meno altamente specializzati. Per essere davvero “Fratelli tutti” dobbiamo riconoscere l’altro come fratello, sorella che ha pari dignità umana, che deve godere degli stessi diritti avendo al contempo i medesimi doveri, che deve potersi esprimere in tutte le dimensioni del suo essere, inclusa quella religiosa, anche comunitariamente intesa.

Questo rischia di mettere in crisi l’identità cristiana? Non lo crediamo affatto, anzi. L’identità, infatti, non è mai stata né può essere qualcosa di immutabile, “identica” a sé stessa: l’identità è data dal suo declinarsi nella vita concreta, quotidiana. E questa è fatta di relazioni, che cambiano e ci cambiano, di linguaggi che mutano e che, evolvendosi, trasformano anche la realtà significata. E “cattolico” – attributo risalente ai secoli della Chiesa indivisa – significa etimologicamente “compaginato secondo il tutto”, universale non perché è identico ovunque e comunque, bensì perché sa comprendere e affermare la propria verità di fede in luoghi, tempi, culture diverse e anche con linguaggi e simboli che possono e a volte devono cambiare.

In questa conversione all’autenticità della nostra stessa fede ci possono essere maestri i cristiani provenienti da paesi di più recente evangelizzazione. A loro il Vangelo di Gesù Cristo – che è “lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8) – è stato annunciato per il tramite (e spesso con il peso schiacciante) di una precisa cultura e all’interno di un approccio fondamentalmente coloniale. In una stagione come l’attuale, in cui molto di questa cultura viene “cancellato”, il fatto che questi cristiani rimangano fedeli al messaggio evangelico – nonostante gli errori e a volte anche le nefandezze compiute da chi glielo ha portato – può essere di grande aiuto e consolazione per passare il guado in cui ci troviamo come Chiesa in una società che non è più cristiana né religiosa.

I nostri fratelli e sorelle in umanità che sono arrivati e arrivano – e anche quelli che tragicamente tentano solo di arrivare – costituiscono uno dei più grandi doni offerti alla Chiesa e alla società italiana. A noi la scelta quotidiana se accoglierlo o meno.

Bose, 3 dicembre 2023 I Domenica di Avvento

Notizie dalla comunità

Notizie dalle fraternità