Amare la chiesa


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Entrambi i testi esordiscono con sguardi critici sul vicino passato, sulla «chiesa della nostra giovinezza», la Chiesa del «persistente antimodernismo», segnata dal sospetto sull’umano e dalla «paura di Dio», dal suicidio dell’intelligenza in nome di un «autoritarismo dogmatizzante» che anteponeva «il primato dell’ortodossia» al «primato della verità». È la Chiesa che ha allontanato Simone Weil, di cui don Michele ripropone le note parole: «Quando leggo il catechismo del concilio di Trento, non mi sembra di avere niente in comune con la religione che vi è esposta. Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia. O meglio, sarebbe la mia senza la distanza frapposta tra essa e me dalla mia indegnità» (p. 41).

Diversamente dalla Weil, Mazzolari, nel ricordo del parroco di Saint Jacques, non cessava di raccomandare una fedeltà libera ma dall’interno dell’istituzione, una fedeltà che sapesse relativizzare il superfluo e coglierne l’intima essenza, la capacità di «essere sacramento dell’essenziale» (p. 68). «Dobbiamo restare dentro – ci diceva -, da uomini liberi ma dentro. Dobbiamo resistere alle tentazione di andarcene. Fuori, saremmo condannati alla sterilità. Saremmo nubi senza acqua, cisterne screpolate» (p. 51).
Parole che illuminano tra l’altro sulla particolare misura di don Michele negli anni della contestazione ecclesiale, da lui rifiutata quando gli è sembrata facile e «senza radici», «una elegante oppure aspra discussione di gusci più che di sostanza» (p. 51).