La povertà e la ricettività

Leggi tutto: La povertà e la ricettivitàIl termine povertà, nelle nostre lingue, è associato immancabilmente a un negativo da eliminare. Etimologicamente povero rimanda a paucus (poco) e parere (partorire, generare) e si riferisce a chi produce poco o ha poco. Se si consulta un dizionario si trovano le seguenti definizioni:

– persona o gruppo che dispone di scarsi mezzi di sussistenza;
– chi dimostra indigenza o miseria;
– chi manca di qualcosa, ad esempio di acqua, di intelligenza o di salute.

Definizioni come queste qualificano il termine solo negativamente e ignorano il fatto che possono esserci delle privazioni che non sono un negativo ma un positivo, come l’essere privo di un’infezione o di un tumore, di una preoccupazione o di una depressione, dell’invidia o della violenza. Se nei dizionari la povertà è associata solo al negativo, la ragione va individuata nell’orizzonte antropologico sottinteso implicitamente: l’orizzonte identitario del Medesimo e dello Stesso in cui, come vuole il filosofo ebreo francese Emmanuel Lévinas, non c’è l’altro ma solo l’io nella ricerca instancabile di se stesso e nella permanente e persistente volontà di essere e continuare a voler essere a ogni costo. L’antropologia del Medesimo, ignara dell’altro e centrata sull’io, non è però la sola possibile antropologia. La Bibbia alla priorità dell’io sostituisce la priorità dell’Altro – l’Altro divino e l’altro umano – istitutivo di un umano il cui essere è di essere donato a se stesso e il cui tratto costitutivo è di ricevere prima che di agire e di pensare. Poiché, per la Bibbia, l’uomo è preceduto e avvolto dalla duplice gratuità divina e umana, nella sua identità si inscrive un paradosso che sottopone sia il termine povertà che quello antitetico di ricchezza a una radicale ricomprensione. Osserviamo un bambino in braccio alla mamma: è ricco oppure povero? Di fronte a una domanda come questa si coglie l’inadeguatezza dei due termini e la loro necessaria riformulazione semantica: la povertà del bambino non è assenza di beni o cose, bensì di autonomia produttiva e operativa. Tale assenza, però, non si configura come un negativo ma come un positivo, non come un meno ma come un più, non come una povertà ma come una ricchezza.

Questa trasformazione del meno in un più è operata dalla logica del dono e del gratuito, dove ciò che si ha lo si ha non da sé ma dall’altro da sé e dove l’avere è l’avere fruitivo liberato del suo substrato possessivo. Il senso della povertà biblica e della “chiesa dei poveri” è attingibile solo all’interno di questa logica della quale la Bibbia è la grande narrazione. Se tutte le religioni sono la lettura dell’umano alla luce dell’anteriorità divina donante e legiferante, questo è soprattutto vero per il racconto biblico che, mettendo in scena un Dio personale, è il solo a dischiudere realmente l’orizzonte del gratuito.

Vai al libro: C. Di Sante, La chiesa dei poveri

A chi il primo posto?

Leggi tutto: A chi il primo posto?Non appena Gesù ebbe di nuovo annunciato: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme” (Mc 10,33), e fatto intendere che la sua qualità di Messia stava per affermarsi in modo decisivo, Giacomo e Giovanni (cf. Mc 10,35) o la loro madre (cf. Mt 20,20) gli si avvicinarono e gli fecero direttamente, con franchezza, una richiesta a cui devono aver pensato da un po' di tempo: di ricevere, in quel regno che Gesù stava per inaugurare, i primi due posti, i migliori, e di sedere l'uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra. È allora che il Signore pronunciò le parole più decisive:

“Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle genti dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,42-45; cf. Mt 20,25-28).

La terminologia utilizzata ha una grandissima forza.

Nell'ordine del vangelo, come in quello delle società terrene, esistono i grandi, i primi. Nelle società terrene costoro fanno sentire il loro potere, si comportano da padroni: c'è un rapporto di ineguaglianza tra gli altri e loro, e consiste da un lato in un rapporto di sudditanza e dall'altro di dominio. La via che porta al rango di primo o di grande secondo il vangelo è tutt'altra; anzi, è l'opposto. Consiste nel cercare una situazione o un rapporto non di potere, ma di servizio, di diàkonos, “servitore”, di doulos, “schiavo”, uomo di fatica. Questi due termini occupano un posto assolutamente centrale nelle categorie che servono a definire l'esistenza cristiana. La diakonìa, ossia il porsi, il comportarsi e l'agire da servitore, appare, nell'insieme del Nuovo Testamento, coestensiva e concretamente identica alla qualità di discepolo, di uomo afferrato da Cristo e vivente in dipendenza da lui. Il titolo di doulos, schiavo, servo (di Dio), che non aveva nessun significato religioso nel mondo pagano, esprime quanto mai bene questa appartenenza totale a Cristo, che ci costituisce nel contempo servi di tutti i nostri fratelli. Gesù stesso ricollega espressamente il comportamento di servizio, e non di potere, che stabilisce come legge per i discepoli, al proprio comportamento, di lui che è il loro maestro.

Il discepolo infatti non è semplicemente uno scolaro che riceve un insegnamento: è uno che imita il maestro e ne condivide la vita. Ora, Gesù ha vissuto la propria missione e l'ha definita con i termini isaiani del Servo. Egli non è venuto a “signoreggiare”, a farsi servire, ma a servire come uno schiavo, e addirittura a vivere la condizione dello schiavo fino al punto veramente specifico di essere venduto, di farsi lui stesso l'equivalente di un prezzo di riscatto... Poiché la loro vita è tutta nell'appartenenza a Cristo, tutta da lui e tutta per lui, i discepoli non si innalzano se non abbassandosi, seguendo Cristo nella via della discesa, del dono di sé e della perdita di sé, di cui san Paolo ha tracciato la traiettoria vittoriosa di Dio alla morte sulla croce e dalla tomba alla gloria.

Vai al libro: Y. M-J. Congar, Per una chiesa serva e povera

Apertura all’altro, anche nella morte

Leggi tutto: Apertura all’altro, anche nella morteCiascuno nell’inscrivere il limite della morte dentro di sé – evitando quindi di credere che ci sia una seconda o anche una terza vita per fare ciò che non è stato fatto e vissuto in questa prima e unica vita –, è chiamato a vivere il presente il più intensamente possibile. Prendere sul serio la morte non porta allo scoraggiamento o alla rinuncia, dato che si pensa che tutto è vanità (come scrive il Qohelet), così come non conduce a uno stato febbrile. Anzi, quest’ultimo nasce proprio dal rifiuto di considerare la morte come esito di una vita piena e dal mutismo su questa realtà ineluttabile. L’intensità di vita che si libera quando si prende in considerazione la morte va letta non in termini di quantità delle cose che si fanno, ma di audacia nell’assunzione del rischio. Questo riguarda sia le relazioni e gli amori, sia le realizzazioni creative e l’impegno alla solidarietà, sia gli sforzi per far avanzare l’umanità verso la pace e la giustizia per tutti. Di queste dinamiche beneficiano il vicino e il lontano, lo sconosciuto e noi stessi in prima persona. In questa prospettiva il pensiero della morte è un’apertura all’altro, una trasmissione della passione per la vita.

Questa concezione della morte che conferisce valore alla vita può fondarsi, per i religiosi, sulla morte vissuta da Cristo, della quale gli evangelisti hanno svelato la fecondità. La croce è presente e si rende necessaria per concepire morte e vita. La croce è il luogo in cui è parso che la morte avesse la meglio su Dio. Essa ricorda incessantemente al credente la finitudine radicale, e allo stesso tempo afferma che la morte non avrà l’ultima parola, perché la resurrezione è vicina alla croce. Quest’ultima esprime allo stesso tempo l’ineluttabile finitezza e il superamento di tale frontiera. In questo paradosso la croce non è soltanto uno strumento di tortura, e ancor meno un appello a rassegnarsi alla sofferenza o a lasciarsi torturare: è la porta dolorosa per accedere al sepolcro vuoto di pasqua.

Vai al libro:
J.-C. Lavigne, Perché abbiano la vita in abbondanza

Per approfondire:
G. Boselli, Evangelizzare la morte