Messaggio di Filaret, Metropolita di Minsk e Sluck

XVIII Convegno Ecumenico Internazionale di spiritualità ortodossa
COMUNIONE E SOLITUDINE NELLA TRADIZIONE ORTODOSSA
Bose, 8-11 settembre 2010
in collaborazione con le Chiese Ortodosse

+ FILARET, Metropolita di Mink e Sluck e Esarca patriarcale di tutta la BielorussiaMESSAGGIO DI FILARET, METROPOLITA DI MINSK E SLUCK

Discorso ai partecipanti
del XVIII convegno ecumenico internazionale
di spiritualità ortodossa
“comunione e solitudine nella tradizione ortodossa”

Amatissimi in Cristo padri, fratelli e sorelle,
illustri partecipanti e organizzatori del presente simposio!

Rivolgo a tutti voi il mio saluto in occasione dei lavori dell’attuale forum teologico, dedicato quest’anno al tema “Comunione e solitudine nella tradizione ortodossa”. Ritengo, che in questa effettiva fraterna comunione i partecipanti possano in piena misura arricchirsi reciprocamente con i frutti intellettuali e spirituali delle fatiche della propria solitudine.

Ringrazio di cuore il reverendissimo priore Enzo Bianchi, e ugualmente tutti i membri della sua comunità, poiché questi incontri tradizionali nell’ambito del monastero di Bose offrono, a quanti sono impegnati nella riflessione teologica o hanno una responsabilità nella vita ecclesiale, la possibilità di un fecondo scambio fraterno.

Nella loro sostanza, la storia e i frutti dei precedenti diciassette incontri offrono per se stessi il materiale per sviscerare il presente tema, cui è possibile predisporsi solo in armonia di pensieri, parole e azioni.

L’opinione universalmente diffusa che il mondo attuale sia il mondo della comunicazione è in realtà una tesi estremamente insidiosa. Lo scambio di informazioni è ormai da tempo impostato su basi industriali, e per questo motivo anche la ricerca relativa alla persona umana ha sofferto alterazioni decisive. Oggi gli intellettuali contemporanei sono inclini a discutere non del mistero della persona umana creata da Dio, ma di una sorta di enigma astratto della sua identità. Ma la stessa identità è compresa in senso tecnologico, poiché si forma con l’ausilio della tecnica.

La comunione, in cui avviene il dono reciproco delle persone l’una all’altra, è subordinata al freddo meccanicismo dei mezzi di comunicazione che non sono responsabili di fronte a nessuno e che dissolvono la personalità dell’uomo in intensi fiumi di informazione.

E tuttavia, come suona un proverbio russo, “non tutti i mali vengono per nuocere”… A sua volta questa sfida del tempo ha aperto dinanzi alla coscienza religiosa e alla teologia, nuove possibilità per la comprensione dell’uomo quale evento spirituale-corporale nel mondo creato da Dio. A uno sguardo attento alla condizione del pensiero della società contemporanea, noi ravvisiamo che essa si è fatta più ricettiva all’accoglienza della buona novella dell’uomo nuovo in Cristo. Ed è proprio la sterilità dei molteplici paradigmi antropologici messi a disposizione dall’industria dell’informazione a ridestare questa sete nell’uomo nostro contemporaneo.

A suo tempo l’apostolo delle genti, san Paolo, aveva egualmente elencato i principali paradigmi antropologici del suo tempo e del suo mondo, esortando i cristiani di Colossi a rivestire l’uomo nuovo. Ora, diceva, “non c’è più né Greco né Giudeo, né circoncisione né incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11).
E così è solo Lui, il Signore nostro Gesù Cristo, a essere l’autentica e inesauribile fonte del rinnovamento dell’uomo e di tutta la sua triplice natura, che comprende spirito, anima e corpo. “Colui che è in Cristo è una nuova creatura”, afferma l’apostolo Paolo (2Cor 5,17).

A causa di Cristo Salvatore aspirarono alla solitudine i santi Sergio di Radonež e Serafim di Sarov, Bernardo di Chiaravalle e Francesco di Assisi. A causa di Cristo essi si misero al servizio degli uomini, uscendo dalla propria solitudine ed entrando in comunione con il mondo.

Questo cambio fu forse un tradimento dell’ideale dell’anacoresi? Sono compatibili solitudine e comunione? E quale di queste due vie è la più diretta per pervenire alla salvezza?
È di nuovo l’apostolo Paolo a indicarci la risposta. Scrive ai Filippesi: “Sono messo alle strette tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne. Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò a essere d’aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede, perché la vostra fama in Cristo Gesù cresca sempre più attraverso di me” (Fil 1,23-26).
L’amore dell’apostolo Paolo per gli uomini giungeva fino al sacrificio di sé, ovvero, impiegando la terminologia contemporanea, fino “alla rinuncia alla propria identità”. E tuttavia noi possiamo del tutto fondatamente essere persuasi che questa predilezione per gli uomini non fosse semplicemente altruismo.

Nella storia della Rus’ un simile amore in Cristo, che supera l’altruismo nella sua forma classica, lo troviamo in san Sergio. Aspirando all’anacoresi, egli fondò nelle foreste di Radonež non lontano da Mosca un monastero dedicato alla Santa Trinità. La sua preghiera personale nella solitudine a Dio, glorificato e adorato nella sua Triunità, divenne il principio di una grande raccolta di genti russe spezzate dalla disperazione nell’unità di un popolo.
L’ideale della santa Trinità, la sua immagine e la libertà che l’uomo ritrova in questa immagine, divennero un nuovo paradigma storico, altrettanto salvifico per il popolo russo di quanto lo fu il modello di unità in Dio per il Mediterraneo e le genti del mondo antico.
E ogni volta che consideriamo il modello cristiano di vita come insieme di valori e come metodo per la loro acquisizione, noi scorgiamo l’immagine dell’unità di Dio tutto in tutti, quell’unità per la quale il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo pregò il Padre nel giardino del Getsemani: “Che siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola” (Gv 17,22).
In tal modo un eremita, che tendeva alla solitudine, offre la tranquillità della propria anima per la salvezza del prossimo. Ancora una volta, a fondamento di questa abnegazione sta la kenosi del Cristo, come il Cristo, l’eremita accoglie nel suo cuore tutto il mondo con le sue sofferenze, che crocifiggono la sua anima. Ma proprio come il Cristo è risorto dai morti, così anche la solitudine crocifissa risorge per la comunione con Dio.
Ecco che d’ora in poi la via verso Dio passa attraverso il cuore degli uomini, che sono chiamati ad acquisire l’immagine del Padre, la somiglianza del Figlio e il respiro dello Spirito.
Allora anche la chiassosa solitudine dell’informazione lascerà posto nel cuore umano all’edificazione di una dimora per la Santissima Trinità.

Sono convinto che questo incontro, di persone animate da una medesima intenzione nella comunità monastica di Bose, costituirà un ulteriore passo per giungere alla fraterna unità dei cristiani che ci è stata comandata dal Pastore dei pastori, Cristo, e che resta l’imprescindibile condizione della riuscita costruzione di questa divina dimora. Poiché sussiste un profondo legame tra la promessa della Santa Trinità all’uomo ? “Verremo a lui e porremo in lui la nostra dimora” (Gv 14,23) ? e la preghiera dell’uomo a Dio che le corrisponde: “Venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà sulla terra come in cielo” (Mt 6,10).
Con amore e benedizione

+ FILARET
Metropolita di Minsk e Sluck
Esarca patriarcale di tutta la Bielorussia

Minsk, 8 settembre 2010

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