Paternità spirituale e mondo contemporaneo

XVI Convegno Ecumenico Internazionale di spiritualità ortodossa
LA PATERNITÀ SPIRITUALE NELLA TRADIZIONE ORTODOSSA
Bose, 18-21 settembre 2008
in collaborazione con le Chiese Ortodosse

Il metropolita SERAFIM di GERMANIAPATERNITÀ SPIRITUALE E MONDO CONTEMPORANEO

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ascolta la relazione del metropolita SERAFIM di GERMANIA in francese:

Bose, 21 settembre 2008

Poiché uno studio approfondito su questo tema, “La paternità spirituale e il mondo contemporaneo”, richiederebbe un’ampia informazione sulla vita della chiesa sia in oriente che in occidente, a causa della mancanza di tempo per una tale ricerca nella mia presentazione farò soprattutto riferimento alla chiesa ortodossa in Romania. Sono tuttavia convinto che il caso della Romania e della sua chiesa ortodossa, largamente maggioritaria, non sia isolato e che la tradizione della paternità spirituale sia la stessa, più o meno viva, in tutte le chiese ortodosse locali. L’occidente, invece, ha conosciuto a questo riguardo una sorta di “rottura della tradizione” (dom Silvano); tuttavia la paternità spirituale resta una realtà, per quanto diminuita nel monachesimo, soprattutto benedettino. L’importanza attribuita in occidente alla Regola – penso – ha indebolito il ruolo del padre spirituale. Se si fa costantemente riferimento alla Regola, se questa è costantemente letta durante il capitolo, essa prende impercettibilmente il posto del padre spirituale. Questo può anche avere un aspetto positivo: quando i padri spirituali mancano, in qualche modo è la Regola a rimpiazzarli. Perciò, sottolinea il padre Theofil del monastero di Sambata, in occidente più che a un padre spirituale i giovani fanno riferimento a una comunità. Il ruolo della comunità è importante, perché qui si può fare esperienza della comunione. La comunità monastica e quella parrocchiale sono simili: hanno lo stesso scopo pur con mezzi diversi. In oriente, dove la Regola non è quasi conosciuta, la penuria di padri spirituali può danneggiare gravemente la vita monastica.

A questo punto, vorrei citare anche il padre Placide Deseille, che nel suo libro Nous avons vu la vraie lumière (L’Age d’homme 1990) ci dà questa valutazione del monachesimo come fonte di paternità spirituale: “Il monachesimo non è mai divenuto una semplice istituzione: una catena ininterrotta di autentici spirituali gli ha preservato il suo carattere profetico, ovunque è rimasto fedele a se stesso. Il monachesimo occidentale non fa eccezione: i testi del monachesimo di san Martino, di Lerins, celtico, i Dialoghi di san Gregorio Magno, la Regola di san Benedetto, l’agiografia medievale riportano la stessa testimonianza” (pp. 91-92).

Perciò il padre Deseille conclude: “Sino a oggi, nella chiesa cattolica di occidente il monachesimo è rimasto il luogo ove il radicamento di questa chiesa nelle tradizioni comuni dell’epoca patristica è restato più percettibile” (p. 91).

Dopo queste osservazioni preliminari, vorrei cominciare la mia relazione presentandovi il ritratto spirituale di uno dei più grandi “spirituali” della Romania del xx secolo, il padre Paisij di Sihla, morto a 93 anni nel 1990, nel monastero di Sihastria da cui dipende lo skiti di Sihla. Questo ritratto fu scritto dal metropolita Antonio di Transilvania (morto nel 2005), discepolo del padre Paisij, e fu pubblicato nella Eastern Church Review 2 (1969), fascicolo 4, pp. 377-379 e in Traditie si libertade in spiritualitatea ortodoxa, Sibiu 1983, pp. 216-219.

Il padre Paisij è “in qualche modo un Serafim di Sarov della spiritualità romena. I fedeli lo chiamano Parintele Pustnic, il Padre Asceta. Eppure non è un eremita nel senso stretto. Vive in una comunità. Un po’ isolato ma non fuori dalla comunità. L’appellativo di Pustnic si riferisce piuttosto alle sue qualità interiori. Lo skiti dove vive è un po’ ai margini, a 15 o 20 km dal villaggio più vicino, ma sulla via dei turisti. C’è una cella, sotto una parete rocciosa, nelle cui vicinanze c’è una piccola chiesa costruita con il legno di un solo abete; tutte e due sono in prossimità dello skiti di Sihla, delle sue celle e della sua chiesa.

Non si saprebbe dire con precisione quale sia il dono specifico del padre Paisij. Non compie miracoli. Non predica; nessuno lo ha ascoltato predicare in chiesa. Non è neppure un bravo cantore, come celebrante non è dotato; ha una voce tenue, benché chiara e gradevole. Malato più che sano. A sessant’anni sembrava averne ottanta; ora che ne ha ottanta sembra averne però sessanta. Non è né teologo né diplomato o licenziato in una qualsiasi disciplina.

Eppure ha qualcosa che avvince. Ha la grazia. Ha il dono di attirare, di ispirare fiducia e di trovare sempre le risposte migliori ai problemi e alle domande più difficili. Ha calore e amore per gli uomini. La sua porta è aperta per tutti. E se qualcuno gli porta un dono, lo offre al visitatore successivo. È molto spirituale perché è molto umano. Sospira tutto il tempo dopo l’esichia e la solitudine ma nessuno lo ha mai sentito lamentarsi del rumore prodotto da tanti turisti. Il dovere della sua vita è essere “l’uomo per gli altri”.

Il padre Paisij è sempre ferito dai dolori, dalle sofferenze, dalle malattie delle persone, dal numero enorme dei loro peccati ma, nello stesso tempo, è sereno, pieno di benevolenza, indulgente, compassionevole e clemente. Chi entra nella sua cella ne esce deciso a cambiare vita; ritrova la fede e la fiducia e ricentra la propria vita su Dio e sulla sua Parola. Il miracolo che tutto ciò accade grazie a padre Paisij. Nessuno sa se egli sia consapevole di questi miracoli. Forse no, forse sì, nella misura in cui sa di ridare fiducia a chi l’ha persa. Egli gliela ridona innanzitutto con la fede che la speranza rinascerà in essi. Ma per lui tutto questo appartiene all’ordine della natura, alle cose normali ed evidenti. Accoglie le persone al punto in cui si trovano e le colloca sulla via che devono seguire; ed esse lo seguono.

Ha tuttavia un dono particolare, che potrebbe spiegare, almeno parzialmente, il suo ‘segreto’ spirituale (benché la parola ‘segreto’ non conviene affatto nel suo caso). Chi lo lascia parte con la convinzione che i suoi peccati sono rimessi. E questo accade perché lui stesso è fermamente convinto di aver assunto dinanzi a Dio la responsabilità del peccato al posto dell’altro. In qualche modo, rimane lui debitore dinanzi a Dio al posto dell’altro. Un monaco diceva: ‘Il padre Paisij porta i peccati di tutti gli uomini’. Questo spiega il suo stato permanente di penitente. Molti presbiteri del suo monastero, e altri che si sono avvicinati a lui, sono giunti a sentire la stessa responsabilità e avevano paura di confessare, pensandosi troppo deboli per portare i peccati degli altri e per riscattarli dalla loro vita.

La maggior parte dei visitatori del padre Paisij venivano per confessarsi. Certo, egli parla in modo amichevole con tutti i turisti, ma con i fedeli il dialogo assume la forma liturgica del sacramento. Sente di dover sempre tenersi nel sacro per comunicare agli altri il senso del sacro. Anche quando riceve persone che vengono senza intenzione di confessarsi, finge di essersi dimenticato di togliersi la stola per poter parlare loro come presbitero e nella funzione del suo ufficio sacro.

È un uomo di grande e autentica umiltà, che non è affatto colpito dalla sua popolarità perché non le presta attenzione. Al contrario, guarda con attenzione il dolore di chi viene con la speranza di essere guarito. Tutto quel che dona, lo riceve da Dio. È Dio a perdonare e a ispirare le soluzioni. Ma egli non parla di questa convinzione. D’altronde non è necessario, perché lo si vede e lo si sente”.

L’archimandrita Ioanichie Balan (morto nel 2007) del monastero di Sihastria, che si può chiamare l’Optina di Romania, nel 1980 ci diede un grande Paterikon rumeno con trecento Vite ed insegnamenti dei grandi spirituali, uomini e donne, conosciuti nella storia della chiesa ortodossa in Romania. Nella seconda metà del xx secolo, dunque dal 1950 al 1980, enumera 31 spirituali con le loro vite e insegnamenti, tutti morti in questo periodo.

Lo stesso padre Ioanichie nel 1984 ci diede anche due volumi, di circa 1500 pagine, contenenti dialoghi spirituali con quasi 100 grandi spirituali, quasi tutti oggi addormentatisi nel Signore. Questi dialoghi contengono un’enorme ricchezza di sapienza nello spirito della Tradizione, facendo sempre riferimento alle realtà di oggi. Fu un vero miracolo che questi libri del padre Ioanichie poterono vedere la luce all’epoca della dittatura comunista. D’altronde si deve dire che non fu tanto la chiesa ufficiale che mantenne la fede in Romania durante l’epoca comunista ma proprio questi spirituali ai quali accorreva il popolo nei suoi bisogni e nei suoi dispiaceri. Infatti, il monachesimo in Romania è sempre stato aperto ai fedeli che trovavano nei monaci il perdono dei peccati nel sacramento della confessione, aiuto spirituale per mezzo della preghiera, della consolazione, dell’insegnamento…

Quando sostenevo la mia tesi sulla Tradizione esicasta nei paesi romeni nel 1985 all’Istituto Saint-Serge, il professor Olivier Clément – caro a tutti noi che siamo qui – diceva: “Si ha davvero l’impressione di una civiltà monastica: non un monachesimo che si sarebbe costituito come una specie di mondo in sé, quel che ha potuto essere la tentazione in Cappadocia, sul Monte Olimpo in Asia o sul Monte Athos, ma un monachesimo come fermento veramente in osmosi con un popolo e che ha ispirato tutta una cultura”.

Ma cosa resta oggi di questa fioritura monastica dovuta a tali padri spirituali, che riposano tutti nel Signore, tranne qualche eccezione? Penso molto poco. Viviamo oggi in Romania una crisi molto grande non solo della vita monastica ma della vita della chiesa in generale, dovuta proprio alla mancanza di padri spirituali. Durante una dozzina di anni, dopo la caduta del comunismo, abbiamo conosciuto una vera esplosione della vita monastica per quel che riguarda il numero delle vocazioni e dei nuovi monasteri e delle skiti. Nell’entusiasmo generale, dopo 45 anni di regime ateo, molti vescovi, presbiteri e anche laici volevano costruire un monastero o almeno una skiti. Così il numero dei monasteri e delle skiti è salito vertiginosamente: da 114 a 600 e il numero dei monaci e delle monache da 1500 a 7500. Ma oggi si rivela sempre di più che questo entusiasmo, per quanto sincero, non ha avuto un fondamento realistico. Infatti, non si può edificare un’autentica comunità soltanto con giovani senza alcuna esperienza della vita monastica come era il caso della maggior parte di questi nuovi monasteri e skiti. Non è allora sorprendente vedere come si accresce sempre di più l’instabilità di questi giovani e che alcuni persino lasciano la vita monastica e ritornano nel mondo. A questa instabilità – e da qualche anno anche una mancanza dolorosa di vocazioni – contribuisce anche lo spirito di questo mondo che invade sempre di più i monasteri. Molti visitatori dei nostri monasteri non sono più i credenti devoti in cerca di preghiera e di aiuto spirituale, ma turisti, nonostante il popolo fedele accorra anche lui in gran numero verso i monasteri.

Pure i monaci sono in buon numero stipendiati dallo stato; hanno incarichi e diritti come ogni stipendiato, incluso il diritto di congedi legali! Nei nostri monasteri c’è molto lavoro per la costruzione degli edifici e nei campi, poiché i monasteri più antichi possiedono talvolta grandi superfici agricole e foreste. Così i monaci non hanno più tempo per la vita monastica in sé, per la preghiera e gli uffici quotidiani, per la lettura e la formazione spirituale.

Un altro vero problema è la penuria di cappellani per i monasteri femminili. Si trova a fatica un monaco presbitero che celebri gli uffici e l’eucaristia in questi monasteri. Spesso per la confessione, le monache chiamano degli ieromonaci più anziani e più esperti degli antichi monasteri. È una situazione anormale, soprattutto se si pensa che in Romania la confessione precede ciascuna comunione eucaristica. Questo fa sì che questa sia molto rara. Così oggi mancano crudelmente i padri spirituali che potrebbero assicurare una vera direzione spirituale. Molti monaci, molte monache sono alla ricerca di un padre spirituale, che si trova a fatica in alcuni monasteri come quello di Techirghiol (il padre Arsenij Papacioc di 94 anni di cui 14 passati nelle prigioni comuniste), di Sambata di Sus (il padre Tefil Paraian di 80 anni, cieco dall’età di 3 anni), di Petru Voda (il padre Iustin Parvu, di 90 anni di cui 12 nelle prigioni comuniste), di Frasinei (i padri Paisij, Ioachim, Ioanichie), di Husi (il padre Mina Dobzeu, 87 anni, molti dei quali in prigione), di Putna (il padre Adrian Fageteanu, 94 anni, passato anche lui per le prigioni comuniste), di Rohia (il padre Serafim Man, 78 anni), di Lazesti (il padre Rafael Noica, 68 anni), di Ramet (il padre Filotei, 65 anni), di Casiel (il padre Serafim Badila, 60 anni) e forse ancora qualcun altro. Sta nascendo a fatica una nuova generazione di padri spirituali: al monastero di Patrauti-Botosani (il padre Ioan Harpa 40 anni), al monastero di Parva-Bistrita (il padre Paisij 40 anni), al monastero di Alba Iulia (il padre Ioan Cojan 47 anni), al monastero di Camarzani (il padre Ignatij Suciu 38 anni), al monastero di Lainici (il padre Ioachim Parvulescu, 41 anni). Menziono anche una madre spirituale, molto nota e amata oggi in Romania, la madre Silvana del monastero di Jitianu (vicino a Craiova). Tra i vescovi la reputazione più grande di padre spirituale l’ha il vescovo vicario di Cluj-Napoca, Vasilj Somesanul (60 anni) che riceve la confessione non solo dei vescovi, dei presbiteri e dei monaci ma anche dei fedeli tra cui molti giovani.

Il ministero di un padre spirituale è legato soprattutto alla confessione dei peccati, atto sacramentale durante il quale il discepolo apre la sua anima davanti a colui che tiene il posto di Dio per ricevere non solo il perdono dei peccati ma anche consiglio nella lotta contro i demoni che agiscono attraverso i pensieri cattivi, e per la purificazione delle passioni quando si è assoggettati al peccato. Certamente l’esercizio del padre spirituale non si limita solo all’atto sacramentale della confessione dei peccati. La relazione del figlio con il padre spirituale deve essere costante, può rivestire in ogni momento un carattere sacramentale, in funzione della disposizione dell’anima dell’uno come dell’altro. Infatti in ogni relazione, i due devono aver l’umiltà di Cristo ed essere obbedienti allo stesso Spirito santo per mezzo della preghiera.

Ecco cosa scrive Padre Sofronio del suo santo starec Silvano: “Lo starec attribuiva un’importanza tutta particolare all’obbedienza spirituale verso l’igumeno e il padre spirituale, considerandola come un dono della grazia, come un mistero sacramentale della chiesa. Quando andava dal suo padre spirituale, pregava il Signore di fargli misericordia per la mediazione del suo servo, di rivelargli la sua volontà e la via che conduce alla salvezza. Sapendo che il primo pensiero che nasce nell’anima per mezzo della preghiera è un’indicazione data dall’alto, braccava la prima parola del suo padre spirituale, la sua prima allusione, e non prolungava oltre il colloquio. È qui il segreto e la sapienza della vera obbedienza, il cui scopo è conoscere e compiere la volontà di Dio e non di un uomo. Una tale obbedienza spirituale, senza alcuna obiezione o resistenza, non solo espressa, ma anche interiore, non espressa è, in un modo generale, la condizione sine qua non per la ricezione della tradizione vivente”.

Più avanti il padre Sofronio ci mostra come comportarsi con il proprio padre spirituale: “Un discepolo o un penitente accorto si comporta con il proprio padre spirituale nel seguente modo: con qualche parola gli espone il suo pensiero o l’essenziale del suo stato, dopo tace. Da parte sua, il confessore che dall’inizio del colloquio si è messo a pregare, chiede a Dio di essere illuminato per la grazia; se percepisce nella propria anima un’‘informazione’, dà la sua risposta sulla quale conviene fermarsi. Infatti se si lascia scappare la prima parola del padre spirituale, si indebolisce anche la forza del sacramento e la confessione rischia di trasformarsi in una discussione umana” (Archimandrita Sofronio, Starets Silouane, moine du Mont Athos, Édition Présence 1973, p. 78).

In Romania oggi la pratica della paternità spirituale si riduce il più delle volte alla confessione dei peccati. Per necessità pratica tutti i presbiteri monaci e tutti i presbiteri di parrocchia sono nel contempo confessori. Non è così in Grecia dove la formazione teologica dei presbiteri è più precaria che in Romania. Il padre Cleopa (morto nel 1998) raccomanda ai monaci la confessione settimanale e la comunione ogni 40 giorni. Per i più ferventi, ammette la comunione una volta a settimana. Bisogna anche dire che l’eucaristia in quasi tutti i monasteri è celebrata ogni giorno, ma il più delle volte senza che ci siano comunioni. In parrocchia i fedeli si confessano abbastanza raramente: da una a quattro volte l’anno, cioè nelle grandi quaresime. Molti non si confessano mai. Secondo la “tradizione” ogni comunione è preceduta non solo dalla confessione ma anche da un digiuno alimentare di almeno tre giorni. La pratica della comunione è dunque rara sia nei monasteri che nelle parrocchie. Da qualche anno alcuni vescovi e presbiteri cercano di incoraggiare una comunione più frequente.

L’accento messo sulla confessione dei peccati e molto meno sulla comunione eucaristica è abbastanza specifico del monachesimo romeno. Tutti i nostri grandi spirituali insistono sulla confessione e sulla penitenza per i peccati come essenza stessa della vita spirituale, battesimo delle lacrime o secondo battesimo. I canoni dei concili della chiesa o di alcuni padri, come san Basilio di Cesarea o Giovanni il Digiunatore sulle “epitimie” per i peccati sono abbastanza conosciuti ma applicati in modo molto diverso. In generale, i presbiteri monaci sono molto più esigenti dei presbiteri di parrocchia. Ci sono anche degli estremi: per lo stesso peccato grave (l’aborto, per esempio) un presbitero monaco può proibire la comunione eucaristica 7 anni o anche più, mentre un prete di parrocchia dà come “epitimia” accendere 40 candele! I fedeli preferiscono confessarsi nei monasteri, ma spesso sono caricati di “epitimie” che non possono compiere, come: il digiuno totale di mercoledì e venerdì, l’astinenza coniugale nei giorni di digiuno e nelle lunghe quaresime, numerose metanie (genuflessioni), letture degli Acatisti o di altre preghiere… Il padre Dumitru Staniloae (morto nel 1993) raccomanda nella sua Dogmatica la moderazione nelle “epitimie”. È dell’avviso che oggi non bisogna proibire la comunione più di tre anni ai penitenti che si pentono veramente dei loro peccati.

Nella stessa direzione si esprime il padre Cleopa: “Con chi ha commesso dei peccati mortali e insiste a comunicarsi il più possibile, ecco come precedere. Se si confessa con compunzione, con lacrime e con un grande dispiacere per i peccati commessi, il confessore che ha gli proibito la santa comunione per un certo tempo, in conformità con i santi canoni, può procedere per economia nel modo seguente: deve dividere l’‘epitimia’ e il numero di anni di penitenza per tre. Metterà una parte dell’‘epitimia’ sulla misericordia e sull’amore per gli uomini del nostro Dio, poiché nessuno è senza peccato; una seconda parte ritornerà al penitente e la terza al confessore stesso, poiché detiene dal suo vescovo il potere di legare e sciogliere secondo l’irremovibile promessa del Signore nostro Gesù Cristo” (Ioannichie Balan, Convorbiri duhovnicesti, Husi 1984, p. 60).

Questo non diminuisce per niente l’importanza della penitenza e dell’ascesi che sono al cuore della spiritualità ortodossa. È impossibile liberarsi del peccato e tanto più di una passione cattiva senza una lotta accanita, i cui mezzi sono proprio la penitenza e l’ascesi nei suoi molteplici aspetti: la preghiera, il digiuno, le genuflessioni, le stazioni in piedi, la moderazione in tutto, l’obbedienza che per i padri èal di sopra anche della preghiera e del digiuno. Un adagio della tradizione ascetica dice: “Dà sangue, ricevi lo Spirito”. Non è pelagianesimo! Infatti, i monaci sono consapevoli che “Tutto è grazia”. Ma solo con l’ascesi il nostro essere (corpo, anima e spirito) diviene sensibile, si apre all’azione della grazia.

Malgrado l’assenza di padri spirituali esperti, san Silvano dell’Athos ci consiglia di rivolgerci in ogni circostanza a un presbitero, anche se non ha un’esperienza adeguata: “Tutte le nostre sventure provengono dal fatto che non chiediamo consiglio agli anziani che sono stati stabiliti per guidarci e, da parte loro, i pastori non chiedono al Signore come devono agire” (p. 366).

“Se il padre spirituale non è passato lui stesso per l’esperienza della preghiera, interrogalo lo stesso e per la tua umiltà il Signore avrà pietà di te e di condurrà fuori da ogni errore. Ma se ti dici: ‘Questo padre spirituale deve essere inesperto, perché è troppo affaccendato, mi condurrò da solo con l’aiuto dei libri’, sei su una via pericolosa e alle soglie dell’illusione spirituale” (pp. 368-369).

Vorrei abbordare anche, di passaggio, l’atteggiamento di alcuni padri spirituali che ho conosciuto davanti all’ecumenismo. Come si sa, i monaci del Monte Athos sono in generale anti-ecumenici, poiché vedono nel dialogo ecumenico una sorta di mercanteggiamento della verità confessata dalla chiesa ortodossa. L’influenza del Monte Athos è molto grande in tutti i paesi a maggioranza ortodossi, dove ci sono degli ambienti anti-ecumenici molto aggressivi. La Romania non fa eccezione. L’anti-ecumenismo, come si manifesta oggi, è una forma di fanatismo religioso. Infatti, nella gerarchia ortodossa nessuno ammette il compromesso in materia di fede. Ora, il fanatismo religioso è una negazione della religione stessa. Perciò per me è inimmaginabile un’ortodossia fanatica, militante, rivoluzionaria, benché abbia difeso nel corso della storia la verità evangelica a prezzo di innumerevoli sofferenze e martiri. Vorrei vedere, invece, un’ortodossia missionaria, aperta, duttile, capace di testimoniare la propria ricchezza mistica.

La nostra epoca non assomiglia più a quella della cristianità, quando i cristiani si facevano guerra, benché il proselitismo delle sette e di certe chiese (penso alla chiesa greco-cattolica nei paesi dell’Est) sia ancora attivo. Il nostro tempo non è più nemmeno quello dei primi secoli, quando la fede cristiana fu definita dai concili ecumenici ogni volta in un’atmosfera estremamente torbida e la chiesa dovette separarsi fermamente dall’eresia. Oggi ciascuna confessione storica ha la propria teologia e la propria pratica liturgica ben precisate e i fedeli vi sono attaccati se non con molta consapevolezza, almeno per l’inerzia della tradizione. La chiesa ortodossa ha la coscienza di essere la chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”. È la continuazione storica della chiesa indivisa dei primi secoli. Custodisce la pienezza della verità e della vita in Cristo.

Di conseguenza, il suo ruolo nel dialogo ecumenico è proprio quello di testimoniare questa pienezza. Ma non in modo puramente teorico, intellettuale, poiché allora la verità diviene un idolo. Ciò che disgraziatamente spesso è il caso nel dialogo con gli altri. E non solo da parte ortodossa! Infatti, ciascuno è attaccato alla propria tradizione, spesso in modo passionale. Ora, la vita in Cristo trascende ogni concettualizzazione, ogni formulazione… Perciò abbiamo bisogno di un ecumenismo spirituale, il solo davvero che può riavvicinare i cristiani.

La libertà in Cristo, propria degli spirituali, li rende capaci di non assolutizzare niente senza però relativizzare; di vedere l’essenziale e di non trasformare tutto in dogma; di distinguere tra verità rivelata e le diverse pratiche riti o tradizioni che non sono immutabili e, soprattutto, di non strumentalizzare la verità, di trasformarla cioè in arma contro gli altri.

La libertà in Cristo, propria agli spirituali, li rende capaci di vedere i frutti dell’azione dello Spirito santo ovunque Cristo è accostato con fede e sincerità. Infatti, in tutte le confessioni ci sono dei fedeli sinceri che amano Cristo e il prossimo e fanno tutto per la loro salvezza.

La libertà in Cristo ci dà soprattutto uno spirito di autocritica. Per quel che riguarda l’ortodossia essa deve essere capace di autocritica non verso la verità della sua fede, ma verso i peccati storici dei suoi membri: il ripiegamento su di sé e la sua fuga dal mondo, la pietrificazione delle lingue liturgiche e il formalismo religioso, l’assenza di spirito missionario, il filettismo religioso e le interminabili liti di giurisdizione, la mancanza di spirito conciliare e di un’unità a livello panortodosso…

Credo fermamente che i padri spirituali, che conosco e che si sono espressi contro l’ecumenismo l’hanno fatto perché si è loro presentato il dialogo ecumenico come relativizzazione della fede ortodossa o come un compromesso con la verità. Il che non è soprattutto il caso. È vero tuttavia che ci sono in alcune chiese con cui gli ortodossi sono in dialogo, degli sbandamenti in materia di morale evangelica che vanno criticati con fermezza ma anche con amore. Quello che gli ortodossi fanno, anche se non sempre la loro voce è ascoltata. Ma so anche che tutti questi padri soffrono per i peccati del mondo intero, tra i quali anche per la disunione dei cristiani, e che pregano per l’unione di tutti.

Metropolita Serafim

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