Il Signore e i suoi “fratelli”

XIX Convegno Ecumenico di Spiritualità Ortodossa
XIX Convegno Ecumenico di Spiritualità Ortodossa

Il Signore e i suoi “fratelli”

Liberal, 23 settembre 2011
di SERGIO VALZANIA

Aleppo, Antiochia, Bursa, Damasco, Petra, Sinai sono i nomi antichi dei luoghi dai quali provengono alcuni dei partecipanti al XIX Convegno Ecumenico di Spiritualità Ortodossa che si è svolto dal 7 al 10 settembre presso il Monastero di Bose, in Piemonte. A questi nomi si affiancano quelli più familiari di Washington, Mosca, Salonicco, Roma, Oxford, Lisbona, San Pietroburgo, Kiev, Istanbul e quelli esotici di Sendai, in Giappone, Saidnaya, in Siria, Riga, in Lettonia, Astana, in Kazakistan. La benedizione del mattino, al termine delle laudi, è stata impartita spesso in arabo, da Georges, metropolita del Monte Libano. Ancora una volta si è ripetuto il piccolo e grande miracolo di persone provenienti da società diverse e lontane che si incontrano per parlare, nella massima libertà, delle modalità della loro ricerca di Dio, all’interno delle chiese ortodosse e in dialogo con il resto della cristianità.

Ancora una volta ci si stupisce che tutto questo avvenga in Italia, sulle Prealpi, in un luogoche poco avrebbe a che fare con la tradizione ortodossa se non fosse per la comunità sorta negli ultimi decenni attorno alla figura di Enzo Bianchi e per il lavoro di ricerca che essa svolge sul significato e la pratica del monachesimo.

Quest’anno il tema del convegno è stato di particolare impegno: La Parola di Dio nella Vita Spirituale. Il vangelo di Giovanni si apre con l’affermazione “In principio era il Verbo”, ossia la parola di Dio, e subito dopo aggiunge “il Verbo era Dio”. Quando rifiuta la tentazione del diavolo nel deserto Gesù ricorda che “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio, una citazione dal Deuteronomio. La parola di Dio si manifesta quindi per i cristiani come nutrimento necessario, una delle fondamentali ricchezze dell’umanità: a fianco dei sacramenti e della chiesa è uno strumento necessario alla salvezza. A questo punto sorgono però i dubbi e gli interrogativi. Qual è la vera parola di Dio? Come possiamo e dobbiamo usarla? Chi la deve custodire? Esiste una lingua, o più lingue sacre, nelle quali si esprime il linguaggio di Dio? Si può, e si deve, fissare in modo univoco il testo divino? Infine, ma soprattutto, chi e come è autorizzato a interpretarlo, a individuarne il significato? Sono questioni sulle quali la chiesa si interroga fin dalla sua nascita e gli uomini si sono troppe volte divisi. Già nei primi secoli del cristianesimo, i padri della chiesa si orientavano verso la scuola di Alessandria, favorevole a un’interpretazione allegorica delle scritture, o a quella di Antiochia, indirizzata piuttosto verso una lettura più letterale. Una opposizione che così descritta non dà ragione della realtà storica se si considera che Origene, massimo rappresentante della scuola alessandrina, fu un filologo attento e profondo, oltre che un oratore appassionato.

In forme sempre nuove e diverse il problema dell’approccio corretto ai testi sacri ha continuato a riproporsi nel corso di tutta la storia della cristianità. La riforma protestante nasce proprio da un desiderio di prossimità maggiore con le scritture, così spinto da negare la provvidenziale mediazionedella chiesa. A dimostrazione della vitalità della chiesa ortodossa nel mondo, durante il convegno di Bose le due immagini più nette di visioni lontane nella modalità di approccio ai testi sacri sono venute da rappresentanti di comunità attive negli Stati Uniti. Il professor John Fotopoulos ha difeso le ragioni dell’interpretazione storico-critica, evocando le figure di archeologi al lavoro a Qumran, nelle grotte del Mar Morto, alla ricerca di documenti antichi che ci avvicinino all’autenticità delle primissime redazioni della scrittura. Il monaco Christopher Savage haraccontato invece della sua comunità che si riunisce persino nella notte per lavorare insieme all’elaborazione di una traduzione dei Salmi più prossima all’autenticità della loro liturgia. Due approcci lontanissimi, ma ambedue corretti, che trovano ciascuno nell’altro la propria giustificazione e un solido sostegno alla ragion d’essere.

Dal convegno è emerso come l’approccio ortodosso alle scritture sia leggermente diverso da quello cattolico, condizionato da una maggior vicinanza fisica e culturale alla tradizione protestante e segnato dall’aver affrontato la crisi del modernismo, suscitata in parte notevole proprio dall’affermazione in Europa dell’interpretazione storico-critica. In sintesi estrema essa propone l’utilizzo delle tecniche della filologia classica e delle scienze che le si sono collegate nell’analisi dei testi biblici, inserendoli nel loro contesto storico, individuando paralleli e raffronti con testi coevi o precedenti del mondo orientale, riflettendo sui generi letterari impiegati di volta in volta e sforzandosi sempre di riconoriconoscere l’intenzione originaria dei redattori. Ormai tutti riconoscono il valore meritorio di tale attività, ma nessuno ne accetta la pretesa di esaustività che le sue origini positiviste le assegnavano. Chi ritiene che i testi biblici sono stati scritti sotto l’ispirazione di Dio, pur con una significativa integrazione umana, è infatti rivolto a ricercare al loro interno l’insegnamento divino, a farne strumento utile alla devozione e alla liturgia, più che a conoscere il senso che intendeva dare a essi il redattore originario e quanti hanno operato la serie di interventi successivi ai quali buona parte dei libri della Bibbia sono stati sottoposti nei secoli e nei millenni. Del resto anche la critica letteraria ha acquisito da tempo la consapevolezza del fatto che persino nei testi perfettamente laici spesso l’autore non è consapevole della complessità di senso che ha introdotto nella propria opera. Come diceva Giogio Manganelli, buona parte della scrittura è scrittura automatica.

Meno coinvolto di quello cattolico nelle questioni relativi all’autenticità del testo sacro, il mondo ortodosso si ritrova oggi più vicino alla grande stagione interpretativa della patristica, riconosciuta come sorgente comune di sapienza religiosa da tutte le chiese cristiane, che all’epoca del suo fiorire erano ancora unite. I padri della chiesa furono capaci di affrontare le sacre scritture utilizzando appieno le conoscenze storiche e linguistiche di cui i loro tempi disponevano, nello stesso tempo dimostrarono una grande libertà e una vera e propria gioia nello scavare all’interno dei testi per trarne significati anche divergenti e persino spunti per proposte letterarie parallele. L’inglese Sebastian Brock ha presentato al convegno un passo emozionante di Sant’Efrem il Siro, tratto dal racconto di pura invenzione da lui scritto sull’incontro fra la peccatrice redenta e il mercante di profumi al quale si rivolge per acquistare l’unguento prezioso con il quale intende onorare il Cristo. È proprio Sant’Efrem a spiegare questa leggerezza nell’accostarsi al testo evangelico e questa libertà assoluta nel trarne insegnamento e ispirazione paragonando la scrittura sacra a una fonte alla quale tutti si possono abbeverare fino a placare in modo completo la sete, senza che nessuno possa pretendere di bere tutta la sua acqua. La parola di Dio è rivolta a tutti e a ciascuno di noi e ci nutre in maniera personale e perfetta.

SERGIO VALZANIA

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