La morte dolce delle cattedrali - Osservatore Romano

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Monastero di Bose
Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto – Cei
Consiglio Nazionale Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori

XVI CONVEGNO LITURGICO INTERNAZIONALE
ARCHITETTURA DI PROSSIMITÀ

Idee di cattedrale, esperienze di comunità

BOSE, 31 maggio - 2 giugno 2018


Osservatore Romano
di Sergio Massironi

Non sono parole di circostanza, quelle pronunciate da Enzo Bianchi giovedì scorso. Molte volte, nella storia, dal mondo monastico si sono alzate voci capaci di risvegliare la Chiesa tutta. Così a Bose, inaugurando i lavori del sedicesimo Convegno liturgico internazionale, un semplice battezzato ha richiamato alle proprie responsabilità fedeli e pastori. Rispetto a un tema minore, ma in realtà cruciale — e non solo simbolicamente — per il destino del cristianesimo: il rapporto tra cattedrali e città. Questione oggi colta e studiata più nel suo rilievo urbanistico e sociologico che in quello ecclesiale. Bianchi ricostruisce lo sfondo necessario a un recupero di lucidità e di coraggio. Cita Ignazio di Antiochia — «Là dove c’è il vescovo, là ci sia la comunità, allo stesso modo che là dove c’è Cristo, la è la chiesa cattolica» (Agli smirnesi 8, 2) — per illuminare la natura comunitaria del tema. Descrive il passaggio «alla chiesa “unica” nel suo territorio, nella sua città, in una regione, come unico dovrebbe essere l’altare e unico il vescovo. È in questa chiesa, chiamata prima domus ecclesiae, da cui “duomo”, che nell’VIII secolo in Occidente si individuerà il luogo della cattedra episcopale, definendo dunque la chiesa come chiesa cattedrale. La cattedrale non è simbolo di una parte o porzione della Chiesa, ma della Chiesa nella sua totalità».

Bianchi scuote le coscienze circa lo stato di salute di una fede che ha generato capolavori artistici e sistemi urbani da cui sembra essersi colpevolmente disconnessa, almeno nell’azione pastorale: «In molti casi abbiamo assistito a un’espropriazione della cattedrale della Chiesa locale, ridotta a un museo per turisti, soprattutto dove essa è monumento, opera d’arte; questo però non è avvenuto senza responsabilità del vescovo stesso e di quanti potevano mostrarsi critici verso tale deriva». Com’è potuto accadere? Ed è realmente un problema minore, come appare sul piano strettamente funzionale?
Don Valerio Pennasso, direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto della Cei, rispondendo approfondisce: «Come Chiesa ci siamo lasciati un po’ condurre e prendere in braccio da altri soggetti, ritenendo che i nostri beni e le nostre feste fossero un peso: un peso per le manutenzioni, un peso per le attività pastorali, perché molto impegnativi da gestire». L’osservazione per cui alcune cattedrali italiane sono diventate meri oggetti culturali, a discapito della vita ecclesiale, «è calzante: ne stiamo parlando e cerchiamo di sensibilizzare le comunità locali, affinché si rendano conto di un patrimonio che può essere veramente strumento di dialogo e di evangelizzazione, se non si delega ad altri la responsabilità di utilizzarlo, col rischio di snaturarne significato e ruolo».

Secondo il fondatore di Bose, il punto chiave «è vivere la cattedrale da parte della comunità cristiana, che oggi invece raramente sente e discerne il significato della chiesa del vescovo, fulcro della Chiesa locale». Ubicate talvolta in posizioni irraggiungibili, in zone disabitate o riservate a uffici, le cattedrali chiedono di essere ripensate: «Nella situazione attuale dobbiamo forse porci molte domande e accettare di non avere sempre delle risposte prefabbricate o provenienti dal passato». Che cosa deve essere la chiesa del vescovo, dove il cattolicesimo non regge più la società? Quale duomo per comunità missionarie, che hanno da raggiungere le persone là dove sono? In una Chiesa sinodale, cosa significa la cattedrale? Bianchi non profetizza la dismissione di edifici storici o un trasloco dei vescovi in parrocchie di periferia, tuttavia s’interroga sulla passività che ha lasciato cadere un simbolo di tale forza in una ripetitività senz’anima. «Certo, si tratta di instaurare una nuova consapevolezza del vivere la Chiesa; di armonizzare l’enfasi ipertrofica con cui si è pensato e si è imposto il vescovo a partire dal Vaticano II con un’ecclesiologia pratica della Chiesa locale nella quale tutto il popolo di Dio presente nello stesso luogo diventa icona della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, radunata nello Spirito santo attraverso l’eucaristia che costantemente la genera e la edifica. O la cattedrale è il simbolo eloquente dell’unicità della Chiesa locale e della comunione con le altre Chiese dell’orbe, oppure è ridotta a luogo-santuario, a memoria del passato, a museo-monumento. Così però non vive più del ministero di cui è soggetto: indicare, fare segno all’apostolicità della Chiesa, anche quando non c’è il vescovo sulla cattedra, ma lo si attende».

Allora occorre agire, non voltarsi dall’altra parte: «Perché non si cerca di instaurare, nell’attuale situazione di diaspora, una prassi consapevole di cristiani maturi nella fede, che puntualmente (per la festa della dedicazione e la festa della chiesa locale) si rechino alla cattedrale per manifestare la comunione della loro parrocchia o comunità con il vescovo e con le altre comunità? La cattedrale, essendo luogo simbolico dell’appartenenza al popolo dei credenti, alla Chiesa locale, deve poter accogliere comunità, gruppi di cristiani, parrocchie rette da religiosi eccetera, che hanno doni e cammini diversi in una comunione visibile, intorno al vescovo». A volte non è così e il raggiungerla come pellegrini si rivela un disturbo alla sua cristallizzata routine liturgica e al monetizzato flusso di visitatori. Osserva Pennasso: «Sarebbe interessante — e le risorse economiche dei vescovi italiani ne darebbero la possibilità — partire da alcune cattedrali, ripensando non soltanto la collocazione dell’altare, della cattedra, dell’ambone, ma vedendo l’intervento come occasione per riformulare, rifondare, ricostruire la vita della Chiesa come comunità […]. Le cattedrali sono visitate da tante persone che vi entrano solo per l’aspetto storico culturale, ma anche questa è un’occasione per intessere dialoghi e relazioni»: si tratta di investire «da una prospettiva molto più ampia e complessiva, non semplicemente tecnico-funzionale ed economica».

Questo comporta, anche in tempi di spending review, l’audacia di visioni profetiche dei vescovi con la loro Chiesa. La tentazione di lasciar prevalere sul discernimento pastorale i diktat di economati, uffici amministrativi, avvocature, sovrintendenze è comprensibile. Tuttavia, tecnico è strettamente il compito di configurare soluzioni a servizio di una missione in cui sono il rapporto col vangelo e con i fedeli a dover decidere le priorità di bilancio e di azione. Osservando una cattedrale — non tanto nella sua magnificenza, quanto nel suo funzionamento feriale — si capisce che cosa crediamo e quale Dio oggi serviamo.

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